Nannarè (recensione)

Allora, chiarimo subito... so cascata... da sola... / M'ha menato... ma me vole bene... (Nannarè)

immagine di una donna in sottoveste
m&s - Giulia Ricciardi (foto di Gabriella Deodato)

Della Monaca Anna, perché così si qualifica mentre in una stanza indefinita - oltre alle proprie generalità - declina tutta la sua vita che, e questo è  abbastanza comprensibile fin dalle prime battute, non è stata mai troppo semplice. Anna, ma spesso appellata come "deficiente", fino ai 7 anni è stata tenuta dalla madre dalle suore, perché non le disturbasse il mestiere; una volta tornata a casa, a 15 anni è stata "avviata" alla professione dalla nonna (datte da fa, a nonna, è ricco, è una persona pulita), convincendola per le vie spicce, spaccandole un labbro con uno schiaffo.

Nannarè (Giulia Ricciardi, qui nel doppio ruolo di interprete e autrice, come spesso le accade) parla del suo passato ma senza acredine, con la consapevolezza che nascere in certi ambienti (facile definirli degradati quando non si vivono) ti segna poi per tutta la tua esistenza e spazia con le sue tante parole, spazia su ogni argomento, chiedendo - inascoltata - un bicchiere d'acqua, continuamente, e non capiamo nemmeno bene a chi. E meno male che almeno le manette gliele hanno tolte.

E parlando di qualsiasi argomento, compresi i suoi (opinabili) gusti televisivi, Nannarè ricorda, ricorda anche il commissario che sta ricevendo la sua deposizione: lo ricorda dieci anni, prima, quando era ancora ispettore, non era così ingrigito, e ugualmente riceveva una sua deposizione per violenza domestica, deposizione sì, denuncia no, perché a quella non è mai arrivata.

Il racconto/deposizione/confessione continua, l'acqua non è arrivata (pensiamo) ma la donna non la chiede più e continua a spaziare nel suo parlare di tutto per non raccontare nulla, impedendo così di comprendere cosa sia successo, quale sia il motivo per il quale siede in un (forse) commissariato e come unico rumore di sottofondo sentiamo il "clang" di un chiavistello che si chiude, che assieme al "buio" permette la transizione da una scena a quella successiva. Nannarè ripete che deve andarsene, che ha da fare, quasi ossessiva, ma è sempre lì, con la sua sottoveste e in vestaglia.

II taglio drammaturgico volutamente alterna fra le opinioni che Nannarè esprime su qualsiasi argomento, con la immediata empatia che il dialetto romano e le parole storpiate suscitano, e la vicenda personale di Anna Della Monaca. Se pensiamo alla prima ci troviamo di fronte a una commedia, nello stile per il quale maggiormente conosciamo Giulia Ricciardi (sua la saga delle "Stremate").

Se invece attendiamo che i toni si abbassino e permettiamo ad Anna di portarsi avanti sulla scena, assistiamo impotenti al dramma di troppe come lei, messe ai margini da subito e presto dimenticate. Un brevissimo sprazzo di notorietà affidato a un telegiornale, a un articolo di cronaca rilanciato sui social network, affollati di benpensanti, convinti che in fin dei conti chi fa questa vita sa che corre dei rischi. E il giorno dopo di Anna aka Nannarè non si parla più, immediatamente sostituita da un'altra Anna o da un'altra Nannarè.

Perché è questo che manca - non nello spettacolo - ma nella società che abitiamo oggi: la consapevolezza che attorno a noi ci sono "esistenze" con le quali possiamo anche dissentire, ma non per questo dobbiamo necessariamente estromettere. Nelle sue note il regista, Patrizio Cigliano, scrive che bisogna "fermarsi e “sentire” il dolore delle ferite del mondo". Merito di Giulia Ricciardi, della sua scrittura e della sua interpretazione, avercene ricordata una. Ora sta a tutti noi fare in modo di non dimenticarla o, peggio, metterla da parte.

La Compagnia ARCADINOÈ
diretta da Patrizio Cigliano
presenta
NANNARÈ
in memoria di tutti i femminicidi
di e con Giulia Ricciardi
regia Patrizio Cigliano
regista collaboratrice Claudia Genolini
luci e fonica Marta Storni
durata circa 80 minuti, escluso intervallo

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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