Nel 2017 esce il film con Robert Redford e Jane Fonda, diretti da un uomo, Ritesh Batra; nel 2022 la trasposizione teatrale italiana, con protagonisti Lella Costa ed Elia Schilton, passando il testimone della direzione alla mano femminile di Serena Sinigaglia, nell'uno e nell'altro caso si porta all'attenzione dello spettatore (di piattaforma internazionale e dei teatri italiani) un racconto delicatissimo sull'affetto sincero nella terza/quarta età. La domanda che ci si pone è: È consentito volersi bene quando si è così vecchi? Cosa hanno da dire in riguardo le stringenti e opprimenti convenzioni sociali?
Addie (Lella Costa) è una vedova americana come molte altre. Oramai passati i 70 anni non ha nessuna intenzione di cercare un nuovo compagno di vita, non è succube della presenza di un "altro" accanto a lei, anche se avverte - prepotentemente - un problema che le impedisce di vivere più serenamente. Addie ha difficoltà nel prendere sonno, sente in questo il bisogno di avere una persona accanto a sé, che dopotutto non deve fare molto, forse solo darle quella ingenua e infantile sicurezza che il sapersi amati dà a tutti noi. Una semplice coccola della buonanotte che la solitudine le impedisce. Non ha nemmeno un animale domestico su cui concentrare la sua attenzione: vicino a lei, nella sua classica abitazione che guarda al passato c'è il vuoto.
Anche Louis (Elia Schilton) è vedovo e di un'età simile a quella di Addie. Si conoscono in maniera superficiale, o meglio è Louis ad avere con la donna un rapporto molto tenue, anche se lei era molto amica di sua moglie. Ma quanti sono i mariti, specialmente molto adulti, che danno importanza ai rapporti sociali delle proprie compagne? Le due esistenze solitarie potrebbero non incrociarsi mai, se non fosse che Addie, consapevolmente e molto lucida della sua richiesta, propone all'uomo di dare un taglio diverso al loro inconsistente rapporto: vedersi in casa di lei la sera e dormire assieme, inserendo ovviamente quella chiacchiera banale e quotidiana che ogni coppia fa prima di addormentarsi. Nulla di peccaminoso, e anche se qualcosa ci fosse non ci sarebbe nulla di male, ma comunque non c'è. Solamente dare compagnia a chi compagnia non ha più, per lei e per lui, incrociando anche due bicchieri per un brindisi di fine giornata. Lei con il vino, lui con la birra.
Non ci sarebbe nulla di male, o comunque nulla che possa riguardare terze persone, se non intervenisse nella vicenda l'ingerenza del figlio di lei che, spalleggiato dalle convenzioni sociali, cerca di riportare alla "normalità" la vita che la madre ha deciso di darsi. Come se i due anziani non avessero problemi nella difficile conduzione del loro ménage. L'intromissione è sicuramente tanto pesante quanto fuori luogo e mette lo spettatore davanti a un bivio molto difficile: è necessario sacrificare sé stessi per gli altri o chiedere agli altri il rispetto delle proprie scelte?
"Si impara a vivere per tutta la vita. Quest’opera è uno strumento prezioso per riuscirci", scrive Serena Sinigaglia nelle sue note di regia. E avendo già visto l'opera in teatro, non possiamo che essere d'accordo con il suo pensiero e suggerire anche ai nostri lettori la visione, a qualsiasi età, meglio se non ancora transitati nella terza età. Così facendo, forse, oltre a esserci deliziati della impeccabile interpretazione dei due attori in scena, saremo maggiormente favoriti al rispetto degli altri, a prescindere dagli anni che abbiamo o hanno. Un'attenzione e modalità che non va solamente richiesta, ma va anche applicata, anche quando chi ci circonda non approva, anzi soprattutto.
Teatro Carcano Milano
presenta
LE NOSTRE ANIME DI NOTTE
tratto dall’omonimo romanzo di Kent Haruf
adattamento teatrale Emanuele Aldrovandi
con Lella Costa ed Elia Schilton
regia Serena Sinigaglia
scene Andrea Belli
costumi Emanuela Dall'Aglio
assistente alla regia Michele Iuculano
scelte musicali Sandra Zoccolan
foto Marina Alessi
durata 1 ora e 40 minuti, senza intervallo








