Bartleby lo scrivano (recensione)

Leo Gullotta è un superbo Bartleby, piccolo uomo in grado di prendere grandi posizioni, innoque come un sì o come un no

Bartleby lo scrivano
m&s - Bartleby lo scrivano (foto © Luca Del Pia)

Nel 1985 Pupi Avati porta al pubblico cinematografico le piccole storie di vita con protagonisti un giovane gruppo di bancari. Molti anni prima (nel 1853, due anni dopo Moby Dick) Herman Melville porta ai lettori le vicende di un minuto e cortese scrivano, Bartleby, un omino cortese e lavoratore, il dipendente ideale che ogni datore di lavoro (nello specifico si tratta di un avvocato di New York, interpretato da Dimitri Frosali) vorrebbe alle proprie dipendenze.

Nello studio di Wall Street (ma se fossimo altrove poco cambierebbe) la ristretta umanità impiegatizia è costituita da tre unità: Turkey (Massimo Salvianti), Nippers (Andrea Costagli) e la signorina Ginger (Lucia Socci). I primi due sono ovviamente più interessati a contendersi le grazie dell'unica collega di sesso femminile che a lavorare, con una continuità imbarazzante tra i secoli e le organizzazioni aziendali. Il libro paga dell'avvocato è completato dalla signora che dovrebbe occuparsi delle pulizie dello studio, Rita (Giuliana Colzi), ma che reputa più divertente mettere becco su qualsiasi fatto privato venga messo sotto i suoi occhi, molto più vispi in questo che nel mantenere lucido l'austero studio. In effetti l'ufficio è abbastanza spoglio, con pareti alte e grigie, finestre irraggiungibili che indicativamente non invogliano a passare del tempo nel luogo di lavoro, ma tanto si deve fare per ottenere lo stipendio (non desideriamo che si creino equivoci: la scenografia di Sergio Mariotti è bella ed efficace ad accogliere il racconto).

In questa atmosfera che ha trovato un suo equilibrio soddisfacente per tutti meno che per il professionista, entra in punta di piedi con cortesia e aria dimessa Bartleby (Leo Gullotta), ometto insignificante assunto come scrivano, una presenza significativa quanto un ombrello in un giorno di pieno sole. Ma Bartleby ha qualcosa che i suoi altezzosi colleghi non hanno più (o non hanno mai avuto), ha voglia di lavorare, è preciso e puntuale, rapidissimo. Non sembra conoscere stanchezza e il suo stakanovismo non appare come un tentativo di fare carriera a scapito dei tre fannulloni, Bartley lavora con costanza e giudizio senza chiedere nulla in cambio e - dopo un primo stupore da parte del suo ecosistema lavorativo - non rifiuta nessun tipo di incarico. Le classiche obiezioni da ufficio (non ho tempo / sono impegnato / lo faccio quando ho finito il mio lavoro / non rientra nei miei compiti / ecc.) non sono contemplate dal suo vocabolario, con enorme soddisfazione del suo "donatore" di lavoro, che finalmente sembra aver azzecata un'assunzione. 

Una situazione idilliaca, almeno dal punto di vista di chi deve pagare gli stipendi, che però è destinata a cambiare bruscamente nel momento in cui, inspiegabilmente, Bartleby il primo dei tanti rifiuti ad una mansione come tante altre. “Avrei preferenza di no” è la sua cortese ma netta risposta, così garbata e sussurrata da divenire immediatamente una deflagrazione che sconvolge la vita di tutto lo studio e che merita di essere vista in una sala teatrale a voi vicina, dove vi auguriamo di poter trovare questo prezioso racconto e di poterlo applaudire con la nostra stessa soddisfazione.

Da questo momento l'accondiscendente ometto diventerà un gigante oppositivo, forte del suo diniego che spiazza e sconcerta proprio perché inspiegabile. Permettendoci un paragone azzardato, Mahatma Gandhi opponeva la non violenza alla violenza dei britannici ma aveva un suo nobile scopo: restituire la libertà alla sua nazione. Bartleby oppone un rifiuto costante, di cui è l'unico a pagare assurde conseguenze, un rifiuto finalizzato al nulla. Un piccolo racconto di grandi libertà che riescono a travalicare gli alti muri che circondano l'esistenza fisica di Bartleby, ma nulla possono contro la sua anima. Leo Gullotta semplicemente superlativo, come il suo personaggio.

Arca Azzurra Produzioni
presenta
LEO GULLOTTA
in
BARTLEBY LO SCRIVANO
di Francesco Niccolini
liberamente ispirato al racconto di Herman Melville
con Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci
scene Sergio Mariotti
costumi Giuliana Colzi
luci Marco Messeri
regia Emanuele Gamba
durata 80 minuti senza intervallo

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
Change privacy settings