Oliviero Beha, giornalista e uomo di cultura, è purtroppo appena scomparso. Da parte nostra il piacere e l'onore di averlo incrociato professionalmente in due diverse occasioni, a distanza l'una dall'altra, ma entrambe incentrate su un suo libro. Come tutte le persone di qualità, vogliamo ricordarlo attraverso le sue opere.
Il primo libro presentato è "Il culo e lo stivale", con prefazione di Franco Battiato e un sottotitolo che non si presta a equivoci: i peggiori anni della nostra vita. Un pensiero scomodo e intelligente che, afferma lo stesso Beha, non troverà sicuramente passaggio promozionale sui grandi network dell'appiattita comunicazione italiana. Ne è probabilmente prova il fatto che lo stesso scrittore sia stato messo volutamente in un angolo dal proprio datore di lavoro, da qui la battuta "Io vado in onda solo di lunedì, sono l'idolo dei barbieri", proferita da chi sa di essere nel giusto e che non saranno i tanti "Bertoncelli" (cit.) a riuscire a fermarne il pensiero critico.
Come ci aspettiamo, nel libro non viene risparmiato nessuno, giornalisti e partiti politici, i primi asserviti ai secondi che sono oramai solo comitati d'affari, poi battute su colleghi e citazioni. Si parla di Monti e di Grillo, di Saviano e Vespa, dell'immancabile Berlusconi, della sinistra occupata a fare solo la destra, ma senza riuscirci, un "vorrei ma non riesco" che provoca sorrisi amari. La visione dell'Italia behiana non lascia molto spazio alle speranze, se non si inverte la oramai totale assenza di spinta culturale. Beha è un piacevolissimo conversatore che occupa l'ora circa del nostro incontro, sottoponendosi anche ad alcune domande del pubblico, scherza sulla propria artrosi, scusandosi con i presenti seduti lateralmente, cui rivolge una metafora: "non riesco a voltarmi più a sinistra, ma solo a destra". E su questa ultima battuta il sorriso e l'applauso sono ancora più divertiti.
Passa del tempo e Oliviero Beha, per nostra fortuna continua a lavorare e a scrivere. Lo ritroviamo per la presentazione di "Un cuore in fuga", una storia, forse meno conosciuta, di Gino Bartali, di quell'uomo dal naso triste come una salita, ma con il cuore grande come una montagna.
C’è un uomo solo "al comando di se stesso" che pedala lungo la via per Assisi. Non è un pellegrino, benché abbia fede. Non è un semplice ciclista, perché il suo "naso triste come una salita" è stato per anni l’incarnazione stessa del ciclismo. Ma questa volta Gino Bartali non corre per nessuna coppa, per nessun titolo. Siamo nell’inverno del 1943 e combatte la sua guerra. Corre per salvare vite umane. Dopo i fasti dello sport, conquistati contro il regime, è iniziata tutta un’altra storia anche per lui. Una storia di coraggio e orrore, di eroismo e follia.
Mentre le leggi razziali vengono applicate con brutalità in Europa, circa quindicimila ebrei raggiungono l’Italia per trovare rifugio. È allora che il campione diventa una sorta di staffetta al servizio della rete clandestina Delasem. "Se ti scoprono, ti fucilano", gli dice il Cardinale Dalla Costa nell'affidargli l’incarico. Ma Gino non si ferma. Finge di allenarsi, e in realtà trasporta documenti falsi, celati nei tubi del sellino e del manubrio. Migliaia di chilometri percorsi avanti e indietro da Firenze, per consegnare nuove identità alle famiglie ricercate con feroce determinazione dai fascisti della Rsi e dai nazisti. Sono più di ottocento gli ebrei che hanno avuta salva la vita, grazie al valore silenzioso di un grande del novecento.
Passano gli anni, la guerra finisce e di nuovo, in una torrida estate che si fa di ghiaccio sul leggendario Izoard, c’è un uomo solo che pedala. Per vincere il suo secondo Tour, dieci anni dopo il primo, ma anche questa volta per qualcosa d’altro, per molto di più: per scacciare un fantasma che si chiama guerra civile. Bartali corre, più forte di tutti, nell'agonismo estremo della sua anima, sulle strade impolverate e sulle pagine di questa storia che ci restituisce un personaggio vero, lontano dai luoghi comuni che l’hanno etichettato troppo spesso solo come il rivale eterno di Coppi il Campionissimo, quasi fosse il figlio di un dio minore. "Gli è tutto da rifare" diceva; e forse il senso autentico era che sarebbe stato pronto a rifare tutto, in ogni momento, a cominciare da quelle corse clandestine. Senza dire una parola. Un cuore in fuga, che custodisce un grande segreto.
E al pari del grande cuore di Bartali a noi non resta che tributare riconoscenza a chi, nella sua vita, ha sempre deciso di guardare avanti, senza curarsi di detrattori e inseguitori. Grazie Oliviero.







