Bohemian Rhapsody. I will rock you

Campione di incassi e riconoscimenti ai Golden Globe per il film su Freddie Mercury. Ma è l'unico omaggio ai Queen?

luminarie a Carnaby Street
m&s - luminarie in tema a Carnaby Street, Londra (foto © media & sipario)

Non pretendiamo, a due mesi dall'uscita, di pubblicare l'ennesima recensione di Bohemian Rhapsody, anche perché oramai è stato scritto veramente di tutto. La nostra è più un'analisi comparativa tra quello che viene mostrato sullo schermo e la biografia "I will rock you", scritta da Leslie Ann Jones, giornalista e conoscente di Mercury - beata lei - oltre che fan accanita, un libro accompagnato dall'ambiziosa etichetta di essere la "biografia definitiva". Il tutto arricchito dal bellissimo (senza tema di smentite) omaggio visivo londinese, a Carnaby Street, durante le feste natalizie, corredato da negozio a tema. Un tributo visivo realizzato in collaborazione con la Twentieth Century Fox.

Ma torniamo alla nostra analisi comparativa. Avendo ascoltato gli album - sia dei Queen che i due da solista di Freddie Mercury, compresa anche "The Great Pretender" - visto il film (due volte!) e letto le 365 pagine del volume, la prima domanda che ci poniamo è: ma perché volersi porre l'aggettivo (anche pretenzioso) di "definitivo"? Da dove nasce questa sicurezza estrema di aver scritto (o filmato) tutto quello che c'era da dire? 

I molteplici aspetti di una personalità eccezionale come quella di Farrokh Bulsara, non crediamo possano essere percepiti attraverso la visione di un film o leggendo le pagine di un libro, nemmeno se queste ultime fossero state scritte dal diretto interessato, anche se, sia nell'una che nell'altra opera, si trovano spunti più che interessanti e stimoli per soddisfare la curiosità dei neofiti che si avvicinano per la prima volta alla "leggenda" Freddie Mercury.

Per quanto riguarda il film di Bryan Singer non stupisce che siano stati premiati e "Bohemian Rhapsody" e Rami Malek. L'intenso lavoro e lo studio per la costruzione del personaggio da parte dell'attore è percepibile in ogni singola sequenza. Più e più volte sono state messe a confronto le registrazioni originali del Live Aid del 13 luglio 1985 e la ricostruzione, non solo del concerto, ma anche dello stesso Wembley Stadium, restituendo un "verdetto" di piena credibilità e realismo.

Se, in verità pochissimi, non hanno apprezzato (i bastian contrari ci sono sempre, specialmente in era social) la resa fisica dell'attore statunitense, nulla è contestabile per la fisicità degli altri tre Queen. Il casting (che immaginiamo importante come tutta la produzione) ha svolto egregiamente il suo compito, portando sullo schermo Gwilym Lee (Brian May), Ben Hardy (Roger Taylor) e Joseph Mazzello (John Deacon), in grado veramente di sfidare il "tempo" e creare l'illusione, quasi perfetta, di rivedere i membri della band inglese. Poi, ovviamente, sopra a qualsiasi altra considerazione, c'è la musica a mettere tutti d'accordo, anche se... anche qui qualcosa da dire c'è.

L'inquadramento politico è completamente mancante, eppure siamo nel pieno dei "disordini" irlandesi (il Bloody Sunday risale al 30 gennaio 1972), un minimo accenno alla storia del Paese avrebbe, in qualche modo, rinfrescato la memoria dei più giovani spettatori, così come risulta praticamente inesistente (se si esclude il trasferimento forzato in Inghilterra della famiglia Bulsara) anche nel libro della Jones. La parte sociale, appena accennata al cinema, trova nelle pagine una compiutezza che aiuta maggiormente a comprendere come Mercury non facesse fatica a vivere da "rock star", nell'accezione di quel periodo. Manca comunque - nel film - un minimo riferimento al vastissimo panorama musicale britannico (modello di riferimento da sempre) e anche qui ce ne sarebbe stato veramente molto da dire.

La Jones racconta minuziosamente alcune feste, sia nelle vesti di organizzatore che in quelle di partecipante, senza però mai scendere in dettagli morbosi o volgari, attenzione che rende la scrittrice non solo una "giornalista", ma anche "amica" di Freddie, desiderosa di raccontarne sì le vicende - anche personali - ma con rispetto e volendo sempre preservarne l'integrità. Quello che tutti i fan vorrebbero leggere o vedere, convinti come siamo che la vita "privata" è appunto tale. A noi appartiene solo la musica dell'Artista, che non è poi proprio poca cosa.

La consapevolezza della propria sessualità, nel film, è strumentalmente sacrificata, probabilmente a causa di tempi troppo stretti (134 minuti). Un percorso così complicato e a volte esasperato dal momento vissuto è stato eccessivamente semplificato, relegato a sguardi o occhiatine allusive, mentre nel libro la parte relativa all'amore provato da Mercury verso le persone e per tutto quello che generava in lui stupore, passione, riconoscenza, è molto più sviscerata, restituendo al lettore l'immagine di un uomo che dava tutto e metteva tutto se stesso in quello in cui credeva.

Dal punto di vista musicale, invece, ci sono "arrangiamenti" che non tutti i puristi hanno gradito. La sceneggiatura del film, pur approvata da May e Taylor (Deacon ha lasciato la band da anni), ha modificato la sequenza cronologica dei brani, spostando indietro, ad esempio, "Fat Bottomed Girl" e "Who Wants To Live Forever", ma è stata liquidata come esperimento iniziale in fase di registrazione tutta la delicata e studiata fase creativa del suono Queen, così come non è soddisfacente la spiegazione della virata maggiormente pop di "Another One Bites The Dust". Quasi come a voler dire che "Comfortably Numb" è così perché a Gilmour andava di "smanacciare" sull'amplificatore! La collocazione temporale è invece molto precisa nella biografia, anche se le innumerevoli notizie e gli aneddoti sono così tanti da non essere riportati in ordine, ma saltando un po', da un anno all'altro, a seconda di cosa sia importante raccontare.

In conclusione, abbiamo assistito ad una buona operazione commerciale che, andando ad occuparsi di un mito del XX secolo, non poteva ovviamente trovare tutti d'accordo. Chi è cresciuto ascoltando i dischi dei Queen, chi è rimasto incollato al televisore vedendo il Live Aid, senza nemmeno rendersi conto dell'immensità, non solo musicale, di quello che stava succedendo, chi non è riuscito, facendo le foto alle bellissime luminarie di Carnaby Street, a non canticchiare la strofa che stava scattando (ed eravamo in tanti a farlo), chi non riesce a non commuoversi ancora ascoltando "The Show Must Go On" (che nella colonna sonora c'è!), non può essere completamente soddisfatto. Ma è innegabile che così il "mito" abbia acquistato ancora nuovi proseliti. Se sia stato "sentito omaggio" (cit.) o mera operazione commerciale ce lo dirà l'eventuale sequel, se mai ci sarà. Perché "The Show Must Go On", anche se sarebbe preferibile che si fermasse qui.

L'autrice dell'articolo "ringrazia" il collega Luciano Lattanzi per il contributo (ovviamente polemico).

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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