Come da nostra abitudine, amiamo disturbare gli artisti proprio quando ne farebbero più volentieri a meno, o durante le prove degli spettacoli, o nei rari momenti di pausa, quando potrebbero dedicarsi alle loro famiglie. Fortunatamente incrociamo sempre persone molto disponibili e pazienti, come in questo caso.
Avevamo avuto il piacere di conoscere Veronica Liberale direttamente in scena, assistendo a "Che Classe", dove interpreta una professoressa alle prese con un corso serale e con la sua varia umanità. Da Nora, insegnante contemporanea e insicura, siamo passati a Iole, fioraia degli anni '40 divenuta suo malgrado capofamiglia nei giorni che precedono il bombardamento americano del quartiere di San Lorenzo a Roma.
Nel testo si affronta la vita di San Lorenzo nei giorni che precedono il bombardamento. Non si rischia un'eccessiva "romanità"?
Era anche un mio timore iniziale, poi siamo andati in scena a Potenza dove lo spettacolo è stato accolto con molto calore. In fin dei conti, mi è stato detto, è la storia di un quartiere in un periodo particolarmente difficile, dove tutti possono ritrovarsi. Potrebbe essere il racconto di un qualsiasi quartiere d'Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Quelli toccati sono temi universali: la guerra, il rischio di morire, gli amori, le amicizie, gli scontri generazionali, la situazione femminile del periodo, quando finalmente le donne escono dalle case e diventano protagoniste. E questo è successo dovunque.
Che tipo di racconto attende lo spettatore? Leggendo la sinossi non sembra sia uno spettacolo puramente comic off
Sicuramente, posso definirla una commedia umana, una commedia amara. Di comico c'è la tendenza a sdrammatizzare i momenti più drammatici, tipica del romano, del popolo. Ci sono i rapporti tra le persone. Di comico c'è questo aspetto della donna popolare che risponde sempre a tono e che tende a stemperare i momenti anche più tragici. Mi sono ispirata molto ai grandi film della commedia all'italiana con i quali sono cresciuta, a questo tipo di approccio. Per il resto c'è una forte ironia, si ride dei nostri difetti, ma allo stesso tempo ci si commuove per le situazioni.
Iole è mamma di sette figlie con il marito antifascista in carcere, gli altri interpreti della commedia?
Franca è Antonia Di Francesco, una donna senza figli, una colpa ancora oggi, figuriamoci negli anni '40, quando questa situazione significava essere inutili. E' chiusa nella sua solitudine in una apparente superficialità, ed è la cognata di Iole. Angeletta è Camilla Bianchini, è la cosiddetta matta del quartiere, ma come tutti i matti è capace di cose straordinarie, forse il personaggio più poetico. La Sora Assunta, Giada Prandi, è la fioraia, ma il suo banco è una copertura per i suoi incontri amorosi. Francesca Pausilli interpreta una delle mie sette figlie, Firmina, un personaggio chiave, anche perché è la voce narrante. Alvise è interpretato da Franco Barbero, ed è l'unico del nord, un impiegato di concetto all'università che viene considerato un grande professore, perché ha un minimo di cultura superiore, se paragonato al contesto del quartiere, molto popolare. Andrea Venditti è Umberto, il custode del cimitero, rappresenta la quinta essenza di certa romanità, è un indolente, guarda gli altri senza mai prendere posizione. E' antifascista, ma a differenza del marito di Iole, non si è mai schierato. Se posso, vorrei anche citare la bella regia di Cristiana Vaccaro, ha messo la sua sensibilità e delicatezza al servizio del racconto e si vede che lo ha fatto con il cuore. Ci ha aiutati a trovare la strada più giusta, senza mai "caricare" troppo. Ha impresso uno stile curato e raffinato, lavorando sul "non detto", su quello che negli anni '40 non si poteva e non si doveva dire. Non solo nell'aspetto politico, ma anche nella sfera dei rapporti, affettivi e familiari.
Come si è documentata?
Ho fatto molte ricerche sulla storia del quartiere e molte interviste ad anziani che erano bambini durante e appena dopo la guerra. Io poi appartengo al quartiere di San Lorenzo, dove ho vissuto i primi 30 anni della mia vita e sono cresciuta con i racconti del bombardamento, molti dei quali venivano dai genitori degli amici dei miei genitori, la generazione dei "nonni". Quando poi ho deciso di scrivere "Pane, latte e lacrime" sono tornata nel quartiere ed ho passato giornate - bellissime - nel centro anziani. Qui è anche nato il titolo, che mi ha ispirato una signora. Lei mi ha raccontato che durante la guerra una coppia aveva trovato rifugio nella sua casa, lei era piccolissima. Quando dopo la guerra questi amici se ne sono andati, lei, che li aveva amati come zii, stava piangendo e mangiando pane e latte. "Quel giorno mi sono mangiata pane, latte e lacrime". Così è venuto fuori il titolo: doveva obbligatoriamente chiamarsi così.
Ha già verificato la risposta dei più giovani che di questi temi hanno spesso una lieve infarinatura scolastica?
Lo spettacolo è passato da Roma e Potenza, ed ora di nuovo a Roma. Finora i più giovani che lo hanno visto e che ho incontrato devo dire che sono venuti a teatro molto ben preparati. Certo le persone adulte, ma soprattutto gli anziani e romani, hanno un altro approccio e lo vivono con un altro sentimento, si emozionano di più, ma anche i giovanissimi lo hanno apprezzato. E comunque fare questo genere di spettacoli può anche aiutare ad accrescere la loro conoscenza. Qualche insegnante mi ha chiesto la possibilità di portarlo nelle scuole. E' comunque giusto mantenere il ricordo di questo evento così lontano, ma dopotutto non lontanissimo.
In chiusura una domanda che classicamente si pone all'inizio. Come mai ha voluto scrivere di San Lorenzo?
Io cercavo l'ispirazione per una storia, perché dopo il successo al Comic Off con la produzione (Sorrisi d'Autore, ndr) volevamo partecipare nuovamente. Io so che per scrivere ho bisogno di un argomento che mi coinvolga, perché mi piace scrivere delle cose che amo. E mi sono detta che una storia da scrivere l'avevo già ed era la storia del mio quartiere, dove sono cresciuta, che ho amato e che amo tuttora, anche se non vi abito più. Per me sono stati anni bellissimi, ed ogni volta che ci torno è una vera emozione. Quindi ho scelto di scrivere del mio quartiere e il bombardamento è stato un evento così importante che è stato necessario scriverne. Poi mi piaceva mettermi alla prova e cercare di scrivere di quegli anni, ricercando la stessa intensità, se vuoi la stessa poesia particolare che questi argomenti ancora oggi conservano. E' venuto di getto, come se scrivere immersa nel quartiere mi aiutasse in quei momenti ad immaginare quello che non conoscevo, per non averlo visto direttamente, ma che sapevo c'era e forse c'è tuttora. E' un omaggio al mio quartiere e a tutti coloro che ne hanno e ne fanno parte.







