Si chiama "Profezia dell'armadillo" ogni previsione ottimistica, fondata su elementi soggettivi e irrazionali, spacciati per oggettivi e logici, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti - Armadillo
Zerocalcare. Come pseudonimo, certo, di Michele Rech, fumettista "cresciuto" nel quartiere capitolino di Rebibbia che ha "scritto" un best seller. Zerocalcare. Come a dire nessun tipo di incrostazione a coprire la "materia", la sostanza della quale è composto il sottobosco che anima la periferia romana.
È questo il leit motiv che sta alla base del lavoro di questo artista italiano, più volte citato dai grandi come Milo Manara quale portavoce (o mano) della generazione attuale. Zerocalcare è il simbolo della generazione x (o y che dir si voglia), quei trentenni troppe volte relegati nell'etichetta del "non si sa chi sono o cosa fanno" ma che poi, a ben guardare, sono la personificazione di ognuno di noi o di cosa, almeno per una volta, si è stati.
Difficile trasferire il linguaggio bidimensionale - già di per sé una trasposizione di pensiero e sentimento - in un linguaggio altro come può essere quello cinematografico e chi entra nella sala per assistere alla proiezione de "La profezia dell'armadillo" deve conseguentemente abbandonare l'idea di trovare il libro a fumetti dell'amato autore. Il film, come annunciato dallo stesso Michele, sia sulla sua pagina social (in una fantomatica intervista con il dinosauro Denver nei panni del giornalista) che nella presentazione all'edizione 2017 di Lucca Comics, è un'interpretazione, una trasposizione, un ulteriore Armadillo, nato non solo da Zero, ma anche dalla regia di Emanuele Scaringi e dalla sceneggiatura che il fumettista ha "disegnato" con Oscar Glioti, Pietro Martinelli, Valerio Mastandrea.
Il film restituisce il sapore della periferia romana, con la povertà culturale che connota non solo la periferia della città eterna, ma di tutte le periferie. E' possibile che il giovane lettore, ora spettatore, entri a contatto così per la prima volta con aspetti che a partire da Pier Paolo Pasolini fino ad arrivare a Gabriele Mainetti, in molti hanno già rappresentato, non solo come sinonimo di "grande bellezza". E invece Roma è anche Rebibbia ed è anche Zero e Secco che vivono di ideologie, centri sociali e contraddizioni tipiche di quel momento, a cavallo dei 30 anni, dove un avvenimento pone un ragazzo di fronte, inaspettatamente, al fatto che si sta diventando adulti. Nella fattispecie la morte di Camille, amore adolescenziale mai dichiarato diventa lo spartiacque tra il mondo delle idee e quello della cose, in un nuovo simposio di Platone al cui tavolo siedono da una parte Zero e dall'altro l'Armadillo, grillo parlante, rispecchiamento e "coscienza di Zero", altra celebre citazione, con le dovute differenze di consonante e di "letteratura".
Simone Liberati (Zero) e Pietro Castellitto (Secco) convincono anche gli spettatori di "gusti" più difficili: la loro interpretazione restituisce al pubblico la storia di due amici i cui silenzi spesso parlano e raccontano molto più dei dialoghi e ai quali basta poco per capirsi. Menzione speciale per Laura Morante che interpreta perfettamente il ruolo della "mamma a-tecnologica": esilarante la scena (usata anche per il trailer) nella quale chiede aiuto per imparare ad usare il computer, tanto divertente quanto "drammaticamente" reale.
La regia e la fotografia puntano i riflettori sulla crudezza dell'immagine, sulla volontà di non nascondere con dei filtri le "brutture" che si incontrano per strada e collezionano una serie di quadri, di situazioni, che compongono il film. Alcune scene sono volutamente di forte impatto emotivo come nel fermo immagine, nel "tempo sospeso" del momento in cui Zero comunica a Secco la notizia della morte di Camille. Le espressioni dei due attori, congelate nel cercare di elaborare il momento, sono quasi sovrapposte, sfumano sullo sfondo del locale che frequentano sulla cui parete un graffito - un volto deformato a bocca aperta tra lo stupito e lo spaventato - esprime visivamente tutto il loro sgomento, sempre qualcosa di "altro" fuori da sé, come d'altra parte è l'Armadillo.
A conti fatti, con tutti i difetti derivanti dall'oggettiva difficoltà di trasporre una graphic novel dalla carta allo schermo, il film merita la visione. anche con una resa materiale dell'Armadillo non proprio eccelsa. Ma siamo sicuri che la nostra "coscienza" abbia quel bell'aspetto che noi immaginiamo? O piuttosto questo "costume" apparentemente raffazzonato (al cui interno vive Valerio Aprea) non sarà una scelta registica ben definita per descrivere maggiormente quel nostro io nascosto spesso e non di bell'aspetto?
Beatrice Ceci






