Le 3 aringhe di Marco Falaguasta

Come 3 aringhe è il titolo della commedia di cui è autore, interprete e regista: li abbiamo intervistati

Tre uomini e un particolare e noioso lavoro: sorvegliare di notte un acquario, ma soprattutto prendersi cura del suo ospite più importante, un misterioso delfino bianco. Si tratta di un lavoro scadenzato da orari rigorosi, semplice, specialmente se confrontato con la difficile vita che aspetta chiunque altro fuori da lì, un lavoro che permette ai tre metronotte di provare a conoscersi meglio, provare a confrontarsi, ma soprattutto scontrarsi, mentire sulle proprie vite per apparire migliori, trovarsi poi come tre aringhe a non potere - o non volere - fare delle scelte, ma attendere, sul fondo del barile di diventare un pasto per un pesce più grande.

La commedia, scritta da Marco Falaguasta assieme a Mauro Graiani, diretta dallo stesso Falaguasta, in scena assieme a Marco Fiorini e Pietro Scornavacchi, prova a scuotere, con l'esempio del vissuto dei tre personaggi in scena, l'animo dello spettatore, a volte succube e non protagonista della propria vita. Attraverso l'alternanza di battute e riflessione Falaguasta agita il barile delle aringhe, dimostrando a queste ultime che, se vogliono, non hanno come unica possibilità quella di finire mangiate da un mai visibile delfino bianco.

I tre protagonisti subiscono le piccole o grandi vicissitudini della vita (tradimenti sentimentali, insoddisfazioni lavorative, incomprensioni e silenzi di coppia) che spesso non dà ulteriori possibilità, ma presenta costanti campanelli d'allarme, come ci ha cortesemente raccontato Marco Falaguasta nel corso di un breve incontro al termine dello spettacolo.

La prima domanda è all'autore: come nasce questo spettacolo? 
La vita molto spesso non ti dà una seconda possibilità, ma degli indizi per capire che devi intervenire e fare, non solo lamentarti, o pensare che tutto dipenda da un destino avverso, da fortuna o sfortuna. Lo spettacolo nasce dall'idea di raccontare questo. Tutto quello che ci accade dipende da noi. Gran parte di quello che accade è quanto noi vogliamo che accada, in qualche modo ognuno di noi è autore del proprio destino.

È stato facile (o difficile) costruire il carattere dei personaggi e la loro complementarità?
È stata più che altro una scommessa drammaturgica scrivere un testo a soli tre personaggi, per me specialmente che tendenzialmente scrivo commedie con molti più interpreti. Volevamo la suddivisione delle tematiche su pochi personaggi, ma densi di contenuti. Abbiamo (con Mauro Graiani, ndr) delineato i tre protagonisti contemporaneamente allo svolgersi della storia, dedicando molto scrupolo al soggetto della commedia. Volevamo dialoghi essenziali e asciutti per non correre il rischio di ritrovarci poi con un progetto drammaturgico poco chiaro. Abbiamo così sviscerato il soggetto e l'anima dei personaggi con grandissima attenzione, forse per questo sono usciti così diversi e così complementari.

L'importanza del delfino bianco?
Per noi è una metafora, è la straordinarietà. Ne nasce veramente uno ogni cento anni. La riflessione di partenza era se il delfino sa di essere straordinario, se capisce guardando i delfini grigi, si rende conto di essere così diverso dagli altri, di essere così straordinario, come la vita stessa? E ci piaceva il fatto che i protagonisti non riuscissero mai a vederlo, non accorgendosi così della straordinarietà della vita. Nonostante ne siano custodi, ne parlano come di una "leggenda", solo "il capo" lo ha visto, ma tanto tempo fa, quando, forse, ancora pensava che la vita gli consentisse di fare quello che che voleva fare. Poi la vita gli si è rivoltata contro, anche per sue responsabilità, e lui non è stato più capace di raddrizzarla.

Ma alla fine non ci avete consegnato una vera conclusione della storia...
No, non sentivamo che questa storia avesse bisogno di un "lieto fine", anzi ci sembrava incoerente con la struttura del racconto. C'è una "data di scadenza" per fare certe cose, o le fai o non le fai. La procedura va fatta entro le 2:30, alle 3 è tardi (Falaguasta cita una battuta dello spettacolo, ndr). Ci piaceva che passasse questo messaggio: superata una certa gamma di opzioni, non puoi lamentarti se non le hai sfruttate.

Un messaggio duro il vostro...
In effetti lo è, è sicuramente duro. Ma in questo momento in cui si avverte una sorta di rassegnazione generale è proprio un piccolo incentivo al "fare", uno stimolo all'ingegnarsi e reagire. Non è il momento di lamentarsi. Abbiamo cercato di dare al pubblico, nel nostro piccolo, una sorta di "piede di porco" con cui, una volta tornati a casa, cercare di forzare la nostra volontà e capire che dipende tutto da noi.

E con questa ultima pillola di speranza, ringraziamo Marco Falaguasta e ci congediamo: dobbiamo cibare i nostri pesci.

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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