Nelle settimane centrali di agosto per le redazioni giornalistiche italiane inizia il dilemma su come alimentare le proprie pagine (cartacee e/o online), specialmente quando - come la nostra - si lavora su settori specifici che osservano la chiusura estiva. Ci è inaspettatamente venuto in aiuto Simone Luciani, costumista, attore, autore, regista e docente (speriamo di non aver dimenticato nulla) di Blue in The Face, organizzazione teatrale laziale, per la precisione di Civitavecchia (la collocazione geografica è fondamentale per il nostro articolo).
La sua breve vacanza, in solitario con libri e pensieri personali, senza che lo volesse, si è trasformata in un diario social(e) di italianità, del quale - dietro nostra richiesta e suo consenso - ci siamo parzialmente appropriati. Chissà che non ne venga poi fuori un copione per la prossima stagione invernale? Al momento Simone ha negato, ma mai dire mai.
Lo scenario è quello umbro, un casale di campagna immerso nel verde dove rifugiarsi per trovare quiete assoluta, un modo per scaricare lo stress e ricaricarsi prima di rientrare nel tritatutto dei mille impegni quotidiani. In questo luogo il nostro Simone ha affittato un appartamentino dei 5 alloggi disponibili. Degli altri ne sono occupati 3, uno da una famiglia lombarda (che Simone inizialmente scambia per veneta, della provincia di Varese), e due da altrettante famiglie pugliesi, della provincia di Bari.
È l'incipit per una barzelletta? No, piuttosto il diario di bordo di una nazione che si ostina a riconoscersi nei campanili, piccoli o grandi, e a mantenere solo durante le partite di calcio quell'identità di vedute che (forse) Massimo D'Azeglio aveva ben individuato come mancante. In corsivo le parole del teatrante vacanziere.
Arrivati assieme a me ieri, non hanno sentito la necessità di presentarsi (i lombardi/veneti, ndr). I tre figli adolescenti, due ragazze e un ragazzo, hanno risposto a cortesi sollecitudini con un mutismo che Garibaldi nel notarlo si sarebbe rifiutato di completare l'unità d'Italia. La madre, costretta a stringermi la mano perché impegnata assieme a me in una conversazione col proprietario del casale, ha ritenuto poco sicuro condividere il suo nominativo. Dall'altra parte, i pugliesi, meno di un'ora e i quattro figli mi chiamano per nome, ho insegnato a una bambina come si disegna una figura umana, conosco la storia e i lavori della famiglia fino alla terza generazione.
Fine serata della prima giornata di convivenza. I pugliesi per i soli figli hanno fieramente macellato e cotto due polli interi. Mi hanno offerto carne fino a mezz'ora fa, dimostrando una dispensa capace di risolvere la fame nel mondo. Ho avvistato i veneti mangiare dell'insalata di riso nel loro patio, senza conversare. Alle dieci le loro luci si sono spente. Basterebbe questo, ma è la sera successiva che, a nostro parere, l'intreccio si delinea meglio.
I veneti/lombardi rientrano e Simone non può esimermi dall'abbassare il libro e rivolgere loro un cordiale: "Buonasera". Cinque individui non hanno dato cenno di avermi visto. È probabile che sotto Genova emettiamo frequenze diverse... Ma l'apoteosi della barriera linguistica si ha quando il teatrante prova ad avvisare la famigliola di fare attenzione a un nido di vespe. Ora non so su che santo giurare, a quali antenati deceduti appellarmi per assicurarvi che è tutto vero: il silenzio. Cinque, lunghissimi secondi. Le figlie si sono guardate tra loro. Il figlio ha alzato la testa dal cruciverba e ha guardato la sua nordica madre che, dopo aver chiuso e aperto la bocca come una trota, ha trovato non so dove la forza di dire "Ah... vedi... grazie...".
Dall'altra parte, i pugliesi sono tornati alle 22 (io avevo già cenato) e si sono sperticati in scuse perché dimentichi di avermi chiesto il cellulare per avvertirmi del ritardo per cena. Sembrava si fossero dimenticati un figlio a casa e pare abbiano dedicato del tempo a preoccuparsi del fatto che non cenassi con loro. Hanno tirato fuori due chili di salsicce e preparato un tegame di caponata. I figli mi hanno mostrato ogni singola foto dei posti visitati, mi hanno consegnato un elenco di storie da fare a teatro e i genitori mi hanno ripetuto almeno tre volte "perché non sei venuto con noi!"
A Ferragosto siamo stati insieme. Sono stato anche caricato in auto per una gita serale. E ora attendo che i quattro bambini, a cui ieri sera ho dato "lezioni" di disegno mentre i genitori cuocevano chili di carne (l'ultima braciola è stata tolta dalla griglia a mezzanotte inoltrata), si vestano per andare a pagaiare su un fiume nelle Marche. Un'altra gita, un'altra occasione familiare in cui sono stato incluso... automaticamente. Come il nono piatto che poggiano in tavola senza manco pensarci. Prenotando la visita il dito di uno dei due padri ha contato. Uno, due, tre, cinque... sette... otto... nove. Si è fermato su di me, un'occhiata appena. Ho provato a bofonchiare qualcosa circa il non volermi "accollare". Risposta censurata, ndr.
Il resoconto si conclude con un'ultima puntata e con il colpo di scena (auspicato) che abbiamo deciso di non raccontare qui, ma di rimandare i lettori alla lettura integrale al profilo pubblico di Simone su Facebook (basta seguire questo link). Ancora una volta si dimostra che anche gli stereotipi possono essere sovvertiti, specialmente quelli estivi, o no?







