Mettiamo in bocca la frase di Ping in Turandot a Giacomo Puccini, dopo aver più volte frequentato per battute di caccia la Maremma tosco-laziale, ospite della famiglia Collacchioni di Capalbio.
Assolata, amara, greve, maledetta. È la Maremma come l’hanno raccontata e dipinta, per secoli, scrittori, poeti e pittori, quando le acque putride delle paludi ristagnavano tra canneti e boscaglie malariche e nell’aria si levava il fumo acre delle carbonaie e il vapore dolciastro delle mandrie di buoi e cavalli, governati a vista da uomini rudi e analfabeti.
Ma non era così per Giacomo Puccini (ricordato nel centenario della morte 1924-2024) che se ne innamorò a prima vista quando ci arrivò nel dicembre del 1896, prima di Natale, su invito della castellana di Capalbio Maria De Piccolellis Collacchioni che insieme al marito Marco, originario di Borgo San Sepolcro, gestiva un vasto latifondo e un salotto letterario nel castello-palazzo in cima al paese. Al suo interno si può visitare ancora oggi la camera dove soggiornò il Maestro.
Puccini, già popolare per i successi di Manon Lescaut e soprattutto di Bohème (“prima” al Regio di Torino il 1° febbraio 1896), non poteva sfuggire alle loro premurose e interessate attenzioni. Il “Sor Giacomo” – come lo chiameranno da quelle parti - fiutò subito odore di caccia, la sua passione viscerale, e la settimana prima di Natale di quell’anno raggiunse con il diretto la stazione di Orbetello dove era ad attenderlo una carrozza di casa Collacchioni. Il giorno dopo all’alba partecipò ad una memorabile battuta di caccia guidata dai padroni di casa con il capocaccia, una flotta di cavalli maremmani, un simpatico stuolo di nembrotti (amici cacciatori), una quarantina di cani e circa 200 doppiette. Le cronache parlano di un abbondante bottino di folaghe (le “tignose” come le chiamava Puccini), beccacce, cinghiali, lepri, quaglie ed altro.
Nei venti invernali di quella Maremma soffiava ancora l’eco della rocambolesca cattura e uccisione nel podere della Forane di poche settimane prima del brigante Domenico Tiburzi (24 Ottobre 1896, sepolto nel cimitero di Capalbio accanto ad un cipresso). I racconti di quel blitz provocarono al Maestro tali emozioni, da indurlo a ritornare più volte quaggiù subito dopo gli impegni di Tosca (“prima” al Costanzi di Roma il 14 gennaio 1900) dove tra silenzi inauditi trovava pace e serenità “… lontano dal mondo, dove si riposa veramente lo spirito e si rinforza il corpo e dove mi sono divertito tanto a caccia di beccacce e per quei boschi briganteschi”.
Nel 1919 Puccini per radicarsi nel territorio acquistò un vecchio rudere del Cinquecento, presso la Tagliata di Ansedonia (tre piani e tre stanze) che restaurò con cura spartana e frequentò come rifugio per battute venatorie con gli amici del posto e voglia di solitudine soprattutto dopo le fatiche del Trittico (Suor Angelica, Tabarro e Gianni Schicchi) che lo tenne impegnato per circa tre anni.
Si racconta che in questo lembo di Maremma lo andò a trovare nel 1921 l’amico Giuseppe Adami per proporgli il libretto di Turandot. Dopo averlo letto senza eccessivo entusiasmo, Puccini lo “tagliò” in più parti, in coerenza (come egli stesso disse), con il luogo in cui si trovava, appunto una “Tagliata”. Per nostra fortuna si convincerà successivamente a scrivere la musica di quella che sarà la sua ultima opera, peraltro incompiuta. Sembra che il primo atto di Turandot abbia preso addirittura forma tra le mura della Tagliata, dove forse echeggiarono le prime battute dello spartito con il Mandarino impegnato a ribadire le crudeli condizioni della principessa. E’solo una suggestione personale, ma quando Ping nel trio del secondo atto con Pong e Pang dice “E potrei tornar laggiù”, si avverte la sensazione che anche Puccini preso dalla nostalgia avrebbe preferito tornare in Maremma.
Il suo interesse per l’arte e l’archeologia lo porterà in quegli anni a Tuscania (allora Toscanella) in compagnia di Maria Collacchioni e alle chiese romaniche di San Pietro e di Santa Maria Maggiore. Andò anche a Tarquinia che in quegli anni era piuttosto inospitale, senza un albergo, a parte una modesta accoglienza in un’ala del palazzo Vitelleschi il cui museo era ancora di là da venire.
I pochi reperti (vasi, bronzi, oreficerie) scampati alle razzie dei tombaroli erano custoditi in un edificio detto del palazzo Demaniale. Visitò alcune tombe etrusche (Tori, Caccia e Pesca, Leonesse ed Auguri) le cui pitture saranno state più complete e vivaci di quelle che vediamo oggi.
Lo scenario di quella Maremma non era certo come si presenta agli occhi dei turisti di oggi, con distese di grano e oliveti ben curate, marine attrezzate per la balneazione, centri residenziali ed altro, ma, piuttosto, quello desolante di campi appena bonificati, in parte ancora infettati dalla malaria con butteri cavallari, pericoli in ogni angolo, presenze di briganti e animali selvatici.
Eppure quella Maremma sarà in cima ai suoi ultimi desideri. Quando ormai morente sul letto della clinica di Bruxelles era costretto a scrivere su fogli di carta per comunicare richieste e pensieri, domandò (come ricorda un amico di famiglia in una lettera indirizzata alla moglie Elvira) “se era bella la Maremma e se c’era caccia”.









