È ormai un artista “itinerante” (per la fortuna di tutti) Maurits Cornelis Escher. Dopo la mostra al Chiostro del Bramante a Roma, l'allestimento di oltre 150 opere a Bologna, quella di Milano a Palazzo Reale, quella di Palazzo Ducale a Genova (e certamente ce ne dimentichiamo qualcuna), è arrivata quella al Museo degli Innocenti di Firenze.
Più di duecento opere che raccontano, o meglio che “cercano di raccontare” l’immenso universo creativo di Escher, l’artista che forse più di tutti ha saputo fondere ed integrare il rigore matematico ed analitico e la disciplina geometrica con la magia e la natura. Un universo paradossalmente ancora più apprezzabile considerata la sede espositiva fiorentina, il complesso monumentale di Filippo Brunelleschi che, tra l’altro, ospita opere di artisti di grande rilievo tra i quali Domenico Ghirlandaio, Luca e Andrea della Robbia, Sandro Botticelli e Piero di Cosimo, ma anche di artisti cresciuti agli Innocenti (un grande ospedale che accoglieva bambini) e avviati alla pittura dal priore Vincenzo Borghini come Vincenzo Ulivieri, Giovan Battista Naldini e Francesco Morandini (detto il Poppi).
Entrare nelle stanze allestite dà l'opportunità al visitatore di perdersi nelle varie sfaccettature artistiche di Escher, quasi fossero le facce dei suoi famosi poliedri che sembrano completamente a se stanti, ma che comunque servono per dare completamento ad una forma precisa e ordinata. Si scopre così l'amore profondo nei confronti dell'Italia, vissuto pienamente dal 1923 al 1935 e il legame stesso con la città di Firenze, luogo nel quale venne con i genitori in vacanza dopo la Grande uerra. I suoi pellegrinaggi in Toscana, Umbria, Lazio e Calabria diedero vita ad incisioni e xilografie con paesaggi di Siena, Castrovalva, Rossano e Barbarano Romano, mentre i 12 anni vissuti a Roma furono i meno "prolifici", perché rispetto al barocco l'artista era affascinato maggiormente dalle architetture notturne vissute in solitaria.
Più curiosi e più particolari i paradossi geometrici che molti ex studenti di architettura o di arte si ricorderanno di aver studiato durante gli anni scolastici, magari costruendo con la carta le sue più famose forme, decorate con metamorfosi o trasformazioni artistiche. Vagando per le stanze, seguendo il percorso consigliato, oppure lasciandosi guidare dall'istinto, ci si ritrova riflessi in cristalli o sfere, si comprende di essere parte geometrica di un tutto e ci si inoltra nelle fusioni tra paesaggi naturali e elementi architettonici, nelle forme pure incastonate in cristalli e sfere che riflettono le cose estraniandole, ci si "arrampica" su scale che non portano in nessun posto.
Uno degli esempi che rimangono maggiormente impressi è quello dell'affascinante "Print gallery", opera lasciata incompiuta da Escher, nella quale pare che la logica si ripieghi su se stessa. La litografia raffigura un uomo che osserva un quadro all'interno di una galleria d'arte; questo quadro raffigura una città, e seguendo lo sviluppo delle case ci si accorge che la stessa galleria d'arte è parte della rappresentazione dello stesso quadro. Una continuità tra livello e metalivello che sfuma nello spazio bianco centrale, mai terminato da Escher. Solo all'inizio degli anni duemila, e con l'aiuto del computer, il disegno è stato completato rivelando che, se solo l'intellettuale olandese avesse continuato a muovere la sua strabiliante mano, avrebbe portato a termine il suo concetto di continuità.
Il mondo "parallelo" di Escher è raccontato anche attraverso aree fotografiche social e con l'influenza dell’artista nella società. Pochi forse sanno che la "Casa di scale" è stata ricostruita per il film fantasy del 1985 "Labyrinth" (con David Bowie e Jennifer Connely) e che diverse copertine degli album dei Pink Floyd sono opere escheriane: l'arte è ovviamente sempre contaminazione.
Uscendo dalla mostra, si avrà la sensazione di aver vissuto ore in un equilibrio diverso rispetto a quello solitamente usato, ma anche con l'idea che "Il mondo è fatto a scale, c'è chi le scende e c'è chi le sale". E c'è chi, come Maurits Cornelis Escher, è riuscito a farlo fare contemporaneamente. Si esce con la curiosità di capire qualcosa di più sull’artista e si scopre che era estremamente ossessivo nelle sue abitudini (tanto da mettere in ordine assoluto i pezzetti del formaggio sul pane per coprire ogni spazio vuoto – raccontava una sua compagna di scuola) ed anche abbastanza permaloso, atteggiamento sembra derivante dalla sua riservatezza. Pochi sanno che anche Mick Jagger lo contattò tramite lettera per poter avere un suo disegno per la copertina dell’album “Let it bleed” ma che l’artista rifiuto sdegnosamente per il modo in cui era stato approcciato nella missiva che esordiva con un colloquiale “ciao Maurits”. Rispose: “Sono il signor M. C. Escher”.
Catalogo edito da Maurits. Prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con la M. C. Escher Foundation, Maurits e In Your Event, con il patrocinio del Comune di Firenze e dell’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi.









