Più di 90 opere di cui 30 murales a grandezza naturale per scoprire, quanto meno per quanto ce lo possa permettere, l’artista, nonché personaggio Banksy. L’ancora ignoto artista contemporaneo. Chi si cela dietro questo nome? Un solo uomo, originario di Bristol, spesso identificato con il batterista (nonché graffitista) Robert Del Naja dei Massive Attack? Una donna? Un collettivo di artisti?
Partiamo intanto dallo spiegare la differenza tra graffitismo e street art (che spesso diventa murales), per iniziare a capire Banksy e per capire se il graffitista Del Naja possa essere Banksy: i due termini artistici non sono sinonimi e non si possono confondere.
Al di là dell’origine storica - il graffito come forma d’arte è presente da centinaia di anni sulla terra, basti pensare alle ere preistoriche – il movimento si fa risalire alla Philadelphia degli anni settanta quando sui mezzi di trasporto pubblico iniziarono a comparire i primi graffiti di protesta. Se la base può quindi sembrare comune (la protesta), la resa è differente: il graffitismo si basa essenzialmente sul concetto di parola, sul lettering ed è caratterizzato dalla presenza del Tag, ossia dello pseudonimo dell’artista, mentre la Street Art deve le sue origini alla volontà di molti artisti di comunicare un messaggio che è spesso riflessione su temi mondiali o particolarmente cari all’umanità. Tantissime sono le tecniche di realizzazione delle opere d’arte della Street: sticker o, come nel caso di Banksy, stencil. L’artista crea e progetta la sua opera per smuovere le coscienze della gente, per sollecitare una riflessione e per portare ad una riflessione o semplicemente per raccontare la realtà.
Data la differenza, può Banksy essere il componente dei Massive Attack? Dalle ultime ricerche l’unica opera di Banksy in Italia protetta da teca - la Madonna con la pistola in piazza Girolamini - si trova a Napoli e Robert Del Naja non ha mai nascosto il suo essere 'napoletano', in più “The Walled Off Hotel”, l'albergo affacciato sul muro che divide Israele e Palestina ha avuto come musica di inaugurazione proprio quella dei Massive Attack. A questo aggiungiamo la gaffe del famoso produttore di drum and bass Goldie che ha nominato Banksy come Robert ha fatto spesso pensare a questa possibilità anche se uno studio condotto dal Mail on Sunday nel 2008, tuttavia, sostiene che l’elusivo artista britannico potrebbe essere piuttosto Robin Gunningham, già studente della Bristol Cathedral Choir School.
L’unica certezza è che in una sorta di metaverso artistico le opere esposte sono state realizzate da un collettivo composto da street artist internazionali e locali che hanno riprodotto le opere di Banksy comprendendo le ambientazioni stesse dove le opere di denuncia sono comparse da un giorno all’altro: è stato quindi un lavoro oltremodo minuzioso e dettagliato che ha visto realizzare/copiare non solo il messaggio, ma anche il supporto materico sul quale inizialmente erano comparsi questi interventi artistici spesso effimeri perché non più visibili nel luogo originale. Certamente la tecnica a stencil ha aiutato ma la resa è veramente notevole.
Un allestimento pensato attraverso una disposizione geografica - Stati Uniti, Parigi Inghilterra, Ucraina, Betlemme - che diventa, più che una mostra, una performance che tenta di restituire una panoramica esaustiva sull’opera e sulla storia dell’artista, come afferma lo stesso curatore Manu De Ros.
Come per tutte le esposizioni dedicate allo street artist, anche questa itinerante (e di conseguenza godibile in molte città italiane, a memoria Bologna, Milano e Napoli) non è stata autorizzata dal suo autore. Al che si pone un quesito: se Banksy non impedisce, ma neanche autorizza, mostre come queste, ed egli stesso ha spesso sostenuto che la sua arte è stata concepita per essere libera e per tutti, ha senso fare una mostra su di lui? Il curatore è convinto che non ci saranno problemi, e che lo scopo della mostra sia puramente divulgativo: consentire cioè agli spettatori di viaggiare nello spazio e nel tempo, dando la possibilità di rivedere opere andate distrutte e apprezzare i messaggi che Banksy ha disseminato scegliendo luoghi insoliti e pregni di significato per le sue opere, da Bristol al Mali fino al muro di Betlemme che separa Israele dalla Palestina.
Le pareti grigie dallo smog di New York, i mattoni rossi di Bristol, l’imponente muro di Betlemme, insieme ai lavori iconici, come Girl with Balloon, Flower Thrower e Kissing Coppers ma anche la ginnasta ucraina in abito sportivo che esegue una verticale su un altro edificio distrutto a Borodyanka. La figura è quella di Marharyta Kozlovska, che ha usato la sua tribuna ai Campionati Mondiali per chiedere la fine del conflitto che sta dilaniando il suo Paese.
Opere che fanno riflettere e che decisamente danno all’aggettivo “immersivo” un profondo significato. Guardare “il muro” di Betlemme con la sala nella quale si sentono in maniera stereofonica rumori di bombe, carri armati etc è particolarmente incisivo. Oltre alle riproduzioni a grandezza naturale un’area è dedicata alla visione di The Untold Truth of Banksy, un documentario inedito sulla vita dell’artista, affiancato da iBanksy, una speciale sezione video comprensibile anche per i più piccoli, che ripercorre la storia e il messaggio sociale dei lavori realizzati su muri, strade e ponti di tutto il mondo.
Ora, uscendo dalla mostra che vi consigliamo di visitare, e dopo la visione del video, nasce un altro interrogativo, soprattutto pensando alla “Girl with Ballon” che, battuta all’asta, venne autodistrutta da un congegno nascosto nella cornice. Se l’ideologia di Banksy è sempre stata in aperto contrasto col capitalismo e se l’arte non deve essere monetizzata (prima di lui ne era stato un forte esponente Yves Klein), fare una mostra su di lui potrebbe apparire come un tradimento, anche se il fine è divulgativo. C’è solo un problema: come fare a chiederglielo?








