Capita, passeggiando in un pomeriggio d'estate, di imbattersi in un manifesto che propone l'immagine fotografica di un'affascinante modella in kimono. Capita anche di sbirciare l'interno di una chiesa - in questo caso quella di San Carlo a Modena - al cui esterno campeggia il manifesto e di essere immediatamente attratti da, letteralmente, un'opera d'arte in tessuto che, esposta su un manichino insieme ad altre, gareggia per "architettura" con gli stucchi dell'abside in stile barocco. La delicatezza del taglio e nello stesso tempo l'imponenza della forma bastano a dare l'idea di tutta l'esposizione. Curata da Stefano Dominella, la mostra è nata con l'intento di raccontare il complesso fenomeno che è stato il giapponismo, ma anche l’intreccio di diverse culture che hanno dato luogo a fenomeni socio-economici, politici e di costume.
L'Europa e quindi l'Italia hanno da sempre avuto uno stretto legame con Il Giappone e l'allestimento, passando attraverso le creazioni di Antonio Marras, Gattinoni solo per citare due degli artisti in mostra, prende il la dal viaggio di Hasekura Tsunenanaga, samurai convertito al cristianesimo e considerato il Colombo giapponese, inviato come ambasciatore a Roma, in udienza da Papa Paolo V. I legami, nati per motivi commerciali e continuati negli anni a venire, contaminarono reciprocamente moda e cultura con un sensibile sviluppo tra la fine dell'900 e i primi del '900 con la nascita del "giapponismo". L'arte comincia a guardare a Hutamaro e Hokusai e Monet, Manet e Van Gogh fra gli altri, si ispirano ai modelli orientali. E' del 1887 "La Cortigiana", appunto di Van Gogh dove la pennellata dell'artista olandese si unisce alla delicatezza e alla complessità del kimono.
Ed è proprio il kimono, nell'interpretazione data da stilisti di chiara fama, da giovani designer e da ospiti internazionali ad essere esposto come vera e propria opera d'arte: antichi Kimono giapponesi, obi, hakama - esposti in mezzo alle navate o all'interno dei confessionali erano provenienti da importanti collezioni insieme ai costumi di scena provenienti dagli archivi storici del Teatro dell’Opera di Roma e di Annamode e dall’archivio della Fondazione Festival Pucciniano. I furisode - le ampie maniche che soprattutto per le donne nubili toccano quasi terra - e l'obi (la cintura legata sul retro dell'ambio abito a T) sono stati modellati, plasmati e trasformati dalle matite dei designer e le creazioni esposte tra le navate, gli stucchi barocchi e in mezzo ai confessionali enfatizzando la ieraticità dei drappeggi in una mostra che ci auguriamo possa essere riproposta.
Tra le creazioni: Antonio Marras, Gattinoni, Comme des Garçons, Maurizio Galante, Issey Miyake, Yohji Yamamoto. Tra i giovani designer Tiziano Guardini (vincitore del Green Carpet Awards), Gentile Catone, Italo Marseglia, Santo Costanzo, Andrea Lambiase, Alessandra Giannetti, Silvia Giovanardi, Tommaso Fux. Inoltre, anche brand tra arte e moda come Noh (Anna Rotella in collaborazione con gli artisti Marco Carac e Fabio Truffa) e Dedalus Art (l’artista Marco Carac in collaborazione con la designer Anna Rotella). Un omaggio al grande Teatro con strabilianti costumi. La scenografia della mostra sarà arricchita dalle Geisha – wig, realizzate, in carta riciclata, dall’artista Federico Paris.









