Edward Hopper (recensione)

Immergiamoci nelle malinconiche quanto realistiche opere dell'artista Edward Hopper, il pittore del "fermo immagine"

opera di Edward Hopper
m&s - opera di Edward Hopper

Famoso per la "fotografia" pittorica della solitudine nella vita quotidiana americana (la grande crisi del '29) su tutti, Edward Hopper nacque nel 1882 in una piccola cittadina sul fiume Hudson. Attratto fin dai primi anni di vita dal disegno, ebbe la fortuna di essere spinto dai genitori a coltivare la passione per l'arte iscrivendosi, prima ad un corso per corrispondenza di illustrazione, poi alla New York School of Art, incontrando, grazie al suo direttore William Merrit Chase, l'impressionismo europeo.

"La grande popolarità di Hopper, che è considerato il migliore pittore realista americano del XX secolo, deriva tanto dal suo stile quanto dal suo atteggiamento verso i soggetti. Le sue figure sono imprigionate nel posto che occupano perché diventano parte della composizione generale del quadro e dei diversi movimenti direzionali di forme e colori. Non hanno capacità di movimento indipendente. Inoltre, i colori sono brillanti, ma non trasmettono calore".
M. Baigell - Arte Americana, 1930-1970. Milano, 1992.

L'allestimento di Bologna (a Palazzo Fava, fino al 17 luglio 2016), con le sessanta opere esposte, abbraccia quasi completamente l'attività pittorica di Hopper, dalle illustrazioni, alle incisioni, agli oli, mettendo in evidenza quanto il taglio fotografico e la rappresentazione del sentimento, quasi più del soggetto, sia stato il leit motiv di tutta la produzione di un artista ammirato anche da molti registi, tra i quali Alfred Hitchcock: il dipinto "House by the Railroad" servì infatti come modello per la casa in stile "secondo impero americano" di Psyco.

La solitudine dei paesaggi americani, ma anche quella percepita nei soggetti immortalati al tavolo di un caffè o al bancone di un bar (persone "sole" anche se in mezzo alla gente), le linee architettoniche di un edificio, di un tetto, di una stazione di servizio "persa nel nulla", delle rotaie; Hopper dimostra in ogni segno, in ogni pennellata, la capacità di cristalizzare la sensazione, il sentimento provato nel momento in cui "guarda" quello che diventerà la sua opera. Ed è qui che si distingue dai tanto ammirati impressionisti: se Monet, Manet, Degas fermavano l'impressione con il tratto veloce sulla tela perché quasi timorosi che quell'attimo fuggisse, Hopper lo cristallizza, lo congela, dandogli anche quella sfumatura di malinconia e di immortalità che lo ha reso così celebre.

Una malinconia ed una cristallizzazione che lo rendono estremamente realista e per questo contemporaneo: camminando per la stessa città che sta ospitando le sue opere, è facile imbattersi, soprattutto in determinate ore del giorno estivo, in figure solitarie che sembrano uscite da un suo dipinto oppure in architetture che, seppure così distanti dal punto di vista chilometrico, sembrano essere ad un tiro di pennello dello stesso artista.

Da non perdere sicuramente "Soir bleu", il cui titolo si ispira al primo verso della poesia di Rimbaud, "Sensation". Hopper raffigura sulla terrazza di un café parigino un insieme di personaggi eterogenei: una coppia di borghesi, un protettore e al centro, di spalle, un ufficiale; di profilo un personaggio barbuto, probabilmente un artista, di fronte un pierrot e sullo sfondo una prostituta. Un'opera fortemente criticata e perciò addirittura rinnegata dall'autore tanto che la tela, arrotolata e dimenticata, fu ritrovata nel suo studio solo dopo la sua morte. Ma da non perdere anche il "gioco interattivo" al termine del percorso: tramite un gioco di proiezioni e riflessi, ci si può "accomodare" al "Second story sunlight" e farsi "cristallizzare" sul balcone dipinto dal pittore del fermo-immagine.

EDWARD HOPPER
a cura di Barbara Haskell
in collaborazione con Luca Beatrice

Palazzo Fava
Via Manzoni 2
Bologna

produzione e organizzazione
Fondazione Carisbo, Genus Bononiae
Musei nella Città e Arthemisia Group
in collaborazione con Comune di Bologna e
Whitney Museum of American Art di New York

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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