Un doppio appuntamento, prima a Milano poi a Roma, per una mostra su uno dei più acclarati e acclamati Artisti del XX secolo. Un nome che non ha sicuramente bisogno della nostra presentazione (ma nemmeno di quella di altri), eppure Picasso (come tutti i grandi non ha bisogno del nome, basta il cognome) nel corso della sua vita si è trovato a vivere un parallelismo assurdo che oggi come oggi costituisce mera assefuazione.
Premettiamo che in questa recensione l'aspetto artistico sarà trattato in forma marginale, fondamentalmente per due motivi: il primo è oggettivo: cosa possiamo scrivere su Picasso che altri, molto più qualificati, non abbiano già espresso? Mentre sul secondo aspetto, il rifiuto e l'allontanamento, riteniamo non si sia ancora potuto scrivere la parola fine, quindi aggiungiamo anche il nostro pensiero.
Ottant'anni fa, mentre l'Europa bruciava sotto i bombardamenti e i regimi totalitari riconfiguravano i confini continentali, un uomo camminava per le strade di Parigi con in tasca un documento che lo bollava come "straniero". Era il pittore che aveva già rivoluzionato l'arte del Novecento, ma per le autorità francesi rimaneva soltanto un immigrato spagnolo, sospetto e controllato.
Quando Picasso lascia definitivamente la Spagna nel 1904, ha ventitré anni. Quello che doveva essere un soggiorno parigino si trasforma in un esilio permanente, prima scelto, poi subìto. Durante la Prima Guerra Mondiale è considerato un "elemento sospetto", durante la Seconda viene braccato dai nazisti come "artista degenerato".
Annie Cohen-Solal e Cécile Debray, curatrici del progetto della mostra (articolato in tre tappe: Milano, Mantova e Roma) hanno scavato negli archivi per ricostruire questo paradosso: "la Francia diventa la sua patria artistica, ma Picasso non ottiene mai la cittadinanza francese". Documenti, lettere, fotografie testimoniano come l'artista, "rifiutato, censurato dalla nazione" che lo ospitava, abbia dovuto costruire la propria identità in bilico tra appartenenza e rifiuto.
La condizione di "straniero perpetuo" non fu solo una questione burocratica per Picasso, ma si trasformò in una lente attraverso cui leggere tutta la sua produzione artistica. Le oltre 90 opere esposte raccontano come l'essere "altro" abbia alimentato la sua rivoluzione estetica. Mentre i critici parigini bocciano le sue prime opere definendole "barbariche", mentre i collezionisti snobbano il cubismo, Picasso continua a dipingere dalla posizione di chi osserva la società dal margine.
La guerra civile spagnola lo lascia definitivamente senza patria: con Franco al potere la possibilità di fare ritorno in Spagna diventa impossibilità pura. Guernica (1937) diviene il simbolo della doppia condizione di esule politico e artistico, ma anche il potente messaggio di pace che poi si è perpetuato nei decenni. Un capolavoro nato dall'impossibilità di tornare a casa, dall'obbligo di guardare la propria terra natale bruciare da lontano. Un sentimento condiviso dai tanti che, dopo di lui, continuano a dover fuggire da guerre, invasioni, carestie, ingiustizie e - soprattutto - indifferenza.
Quella che emerge dalle mostre è la storia di un continente incapace di riconoscere il genio che aveva davanti. Mentre Picasso inventava linguaggi artistici che avrebbero definito il secolo, le istituzioni europee lo trattavano come un cittadino di serie B. I funzionari che timbravano i suoi permessi di soggiorno non potevano immaginare che stavano burocratizzando uno dei più grandi artisti della storia (la visione della nota di un oscuro e ottuso burocrate vale da sola il costo del biglietto della mostra).
Fortuna nostra che, a differenza dei piccoli uomini, il racconto storico (non solo artistico) è galantuomo ed è così in grado di restituire meriti a chi indubbiamente li aveva e la fama e celebrità di Pablo Picasso, sopravvissuto ai suoi meschini e sconosciuti detrattori ne è la testimonianza più efficace. Picasso è e rimarra Picasso, noi guardiamo una sua opera e ne rimaniamo meravigliati. Il resto è "tutto chiacchiere e distintivo".
Picasso
lo straniero
mostra ideata da Annie Cohen-Solal
organizzata da Fondazione Roma
in collaborazione con Marsilio Arte
fino al 29 giugno 2025
Palazzo Cipolla, Roma








