Si attraversa la porta di Palazzo Albergati a Bologna e, come se si fosse entrati nell’armadio delle “Cronache di Narnia” e si fosse attraversato almeno uno stato, ci si ritrova in Francia; nello specifico, a Giverny, nel giardino dell’artista che, grazie al suo quadro intitolato “Impression, soleil levant”, diede il nome a quel filone artistico che tutti noi conosciamo come Impressionismo. E sembra strano non sentire il profumo dei fiori e delle ninfee tanto amati da Monet o vedere realmente il ponte giapponese o semplicemente ammirare quel gioiello scenografico e architettonico che l’artista si è adoperato per realizzare dall’anno dell’acquisto della casa, il 1883, all’anno della morte, il 1926.
Per lo meno è questa l’impressione che abbiamo avuto visitando la mostra “Monet e gli Impressionisti”, allestita fino al 14 febbraio nelle sale di Palazzo Albergati, grazie ad Arthemisia Arte in collaborazione con il Musée Marmottan Monet. Se l’olfatto non trova soddisfazione, di sicuro non capita la stessa cosa per quanto riguarda la vista: 57 opere di Monet che spaziano dalle “Ninfee” a “Il ponte giapponese” (costruito nel giardino ) a “La Senna a Port Villez, effetto di sera” o “effetto rosa” a “Glicini”; per non parlare di capolavori come “Ritratto di Madame Ducros” (1858) di Degas, “Ritratto di Julie Manet” (1894) di Renoir o “Ritratto di Berthe Morisot distesa”(1873) di Édouard Manet, “Il ponte dell’Europa, Stazione Saint-Lazare” (1877) sempre di Monet e “Fanciulla seduta con cappello bianco” (1884) di Pierre Auguste Renoir; opere mai uscite dal museo francese, ma visibili nell’exhibition bolognese e quindi imperdibili.
C’è quindi la possibilità di scoprire che le donne (poche per la verità) avevano fatto parte del filone deli impressionisti, benché non se ne parli molto. Berthe Morisot fu una prolifica artista - dai tagli fotografici simili a quelli di Degas - iniziata alla pittura “en plein air” da Corot e legata a Manet sentimentalmente. Nonostante la bravura e le capacità, alla sua morte venne sepolta nella tomba di famiglia del marito con una lapide sulla quale spicca l’epigrafe “Berthe Morisot, vedova di Eugène Manet”, senza nessun cenno della sua feconda carriera di artista; del resto, anche il suo certificato di morte reca la dicitura “senza professione”.
Un percorso nelle opere più significative di questa corrente che ha fatto della luce - e nonostante si possa pensare il contrario anche del disegno - l’elemento fondamentale attraverso il quale guardare e vedere ogni cosa, che sembra una passeggiata nel giardino di Monet: dipinti nei quali si avrebbe voglia di entrare - come diceva Renoir - per “andare a spasso”, magari rubando la magia di Mary Poppins che lo faceva con quelli realizzati dallo spazzacamino Bert: colori tenui si mescolano a quelli più cupi e tinte pastello ad un inaspettato rosso acceso.
Un rosso che, a causa di un problema alla vista - una doppia cataratta - Monet non vedeva più sulla tavolozza: “Vedo tutto blu, non vedo più il rosso, non vedo più il giallo; mi dà terribilmente fastidio perché so che questi colori esistono, so che sulla mia tavolozza c’è del rosso, del giallo, un verde speciale, un particolare viola; non li vedo più come li vedevo un tempo, e tuttavia li ricordo bene”.
Citazioni raccolte dalle memorie dell’uno o dell’altro artista, o di critici e biografi d’arte, profondi conoscitori della materia, si alternano nell’allestimento ai dipinti, confermando il profondo legame tra i linguaggi e le “arti” che, spesso, corrono parallele. Letteratura e pittura nel corso dei secoli hanno subito integrazioni, fusioni e grandi artisti hanno prestato la loro mano ad illustrare le opere di altrettanto grandi letterati. Nonostante ciò è comunque strano come “artisti”, a distanza di anni e di generi, trovino dei punti di incontro. E il leggere come Monet si affidasse al ricordo non può non rammentarci quanto dichiarato poco prima di morire dall’autore Andrea Camilleri che, in un’ intervista, aveva confidato di aver perso completamente la vista: “Forse perché la cosa di cui più soffro è la perdita del colore, le memorie si sono fatte molto colorate (…). E così i sogni".
Un legame molto particolare, a distanza di così tanti anni, non può che incuriosire gli appassionati di lettura e di arte, e farli se possibile maggiormente avvicinare alla mostra allestita a Palazzo Albergati. E il legame tra i due autori - sì, autori, non artisti, in considerazione di quanto la pittura sia un linguaggio attraverso il quale si “racconta” sempre qualcosa - non finisce con la “memoria a colori”: in un parallelismo azzardato possiamo dire che prima della nascita dell’impressionismo, Monet oscillava tra il realismo di Courbet e il nuovo naturalismo di Manet quanto, prima di dedicarsi completamente alla scrittura in lingua siciliana, Camilleri si dedicò alla rigorosa osservazione delle regole di composizione in lingua italiana.
Completa l’allestimento, pur essendo quasi all’inizio della “passeggiata” nel virtuale giardino di Giverny, uno spazio interattivo: un corridoio nel quale, con un gioco di proiezioni, sembra di essere immersi completamente dentro una delle opere di Monet.









