"De Chirico e l’Oltre – Dalla stagione “barocca” alla neometafisica" è il titolo della mostra allestita dal 13 ottobre 2022 al 12 marzo 2023 a Palazzo Pallavicini a Bologna.
La nostra fortuna è stata quella di assistere all’anteprima per la stampa (ben due giorni prima dell’apertura al pubblico), ma abbiamo avuto bisogno di qualche giorno di tempo per assimilare correttamente quanto visto ed ascoltato durante la conferenza stampa di presentazione e la visita quasi “ad personam” – con la guida di Elena Pontiggia e Francesca Bogliolo - che ci ha condotti nelle stanze reali e mentali dell’artista definito da sempre (e a ragione) metafisico.
Per parafrasare Paolo Picozza - Presidente della Fondazione De Chirico da cui provengono le 70 opere in mostra - l’allestimento copre in una maniera inaspettata ma assolutamente corretta “il buco” nella conoscenza dell’attività artistica più importante, ma spesso “svalorizzata” del pittore, che è stato anche scultore, scrittore, poeta e fine conoscitore dall’arte Barocca, seppur reinterpretata.
De Chirico è universalmente conosciuto come l’artista metafisico per eccellenza: così ce lo rimandano i maggiori testi di storia dell’arte, anche per l’usuale utilizzo delle opere in cui compaiono i “famosi” manichini”, simbolo di altro rispetto alla realtà. Fu lo stesso autore ad utilizzare questo aggettivo nei confronti di se stesso e della corrente che si staccava da quella surrealista durante il soggiorno a Parigi tra il 1911 e il 1915. Eppure la mostra, pur rimanendo legata a doppio filo a questo aspetto peculiare della vita di De Chirico, se ne discosta per offrire ai nostri occhi un artista fino ad ora forse rimasto troppo nascosto.
Le tre sezioni - Autoritratti (e ritratti), La stagione Barocca, la Neometafisica - possono essere visitate in sequenza, oppure decidendo di perdersi nel silenzio che trabocca letteralmente da ogni opera e che è il reale protagonista. Silenzio nell’accezione dello “stato d’animo di attesa” di qualcosa che è la celebrazione della realtà non reale ma ideale. Un luogo – o non luogo - dove il tempo e lo spazio si annullano percorrendo quella linea immaginaria tra reale ed irreale che il De Chirico filosofo proponeva come chiave di lettura non solo delle sue opere ma della vita.
Nei suoi scritti oltre che nei suoi dipinti, si leggono la critica al moderno e l’evoluzione non solo della sua carriera ma anche dell’approccio alla vita. Nel 1912, nei suoi taccuini si legge: "[...] Vivere nel mondo come in un immenso museo di stranezze, pieno di giocattoli bizzarri, variopinti, che cambiano aspetto, che a volte come bambini rompiamo per vedere come sono fatti dentro. - E, delusi, ci accorgiamo che sono vuoti".
Nel 1960 c’è una visione più serena: scompare il “vuoto esistenziale” che attanagliava il pittore nel primo decennio del Novecento, per restituire una metafisica “nuova”, appunto una neometafisica, mutuata sicuramente dal periodo “barocco” vissuto e da uno sguardo addirittura più ironico, più felice, più “giocoso”: una sorta non di ripetizione di se stesso, ma piuttosto di variazioni dello stesso soggetto in un esercizio di stile, come nella musica.
Compaiono quindi figure nere dalle linee seghettate come “Nel ritorno al Castello avito” del 1969: nel riprendere un affresco di Simone Martini si percepisce la consapevolezza di un saluto non lontano. La figura del cavaliere è “elettrica” e si staglia sullo sfondo del castello disegnato con una linea definita, geometrica, in un tema di viaggio, sospeso tra andata e ritorno, sia esso autobiografico oppure un interrogativo generale sul destino di ognuno di noi. Ma compaiono anche larghe volute, archi che sono sì figure geometriche, ma anche parentesi dentro le quali non lasciare un vuoto, bensì riempire con un dipinto nel dipinto, forse un altro “oltre”.
Eppure se i “manichini” senza connotazioni fisionomiche, ma con il terzo occhio sempre presente, sono le opere che comunque attraggono maggiormente, quelle che forse fanno rimanere senza fiato perché, appunto, non ci si aspetta abbia dipinto De Chirico (o non ci si ricorda di averlo mai studiato) sono i ritratti della bellissima seconda moglie Isabella Pakszwer in varie versioni, più o meno aderenti alla sua conoscenza di Rubens piuttosto che di Dürer o Goya, o gli autoritratti.
Ed ecco apparire De Chirico in abiti seicenteschi (Autoritratto nel parco con costume del seicento – 1959) o con la corazza in “Autoritratto con la corazza” del 1947: corazza che allude a quella che doveva virtualmente indossare contro la critica (sia dei surrealisti che dei conoscitori d’arte che non comprendevano la svolta barocca), sia nei confronti dei falsari (fu uno dei più “copiati” artisti e fu addirittura accusato di copiare se stesso). Accanto c’è però “Autoritratto nudo” del 1945 che oltre ad essere un chiaro rimando all’opera di Dürer del 1505 non fa che amplificare l’idea di artista ironico, colto e “divertente” che si ha vagando tra le opere.
D’altra parte come non si può sorridere vedendo la sua immagine – questa volta fotografica – a corredo di un pannello didascalico al termine dal percorso espositivo? De Chirico appare disinvolto, con le mani in tasca, un sorriso sornione davanti ad una delle sue opere come consapevole del fatto che il titolo della mostra sia più che azzeccato ed anzi, perfino fuorviante: “De Chirico e l’Oltre” dovrebbe avere, sulla “e” copula e congiunzione, un accento. Perché per la mostra di Bologna sarebbe perfetta anche con il titolo De Chirico “è” l’Oltre.
Date: 13.10.2022 - 12.03.2023
Palazzo Pallavicini, Via San Felice 24 - 40122 Bologna
Aperto da giovedì a domenica / ore 11.00-20.00
La biglietteria chiude 1 ora prima (ore 19.00 ultimo ingresso)
Info biglietti e aperture straordinarie
www.palazzopallavicini.com









