Il circo capovolto (recensione)

Sono tante le scatole che apriamo, chiudiamo e accumuliamo durante la vita. Se all'interno ci sono pezzi di circo, si può assistere alla magia del racconto

immagine di un uomo sul palco con le braccia spalancate
m&s - Andrea Lupo in Il circo capovolto (foto di Paolo Porto)

Sul palco solo una scatola. Una scatola chiusa da del nastro da pacchi. Potrebbe contenere qualsiasi cosa, "essere" qualsiasi cosa. Poi sul palco arriva un uomo, sui quarant'anni, che comincia a raccontare, con voce dall'accento straniero, la sua storia e quella della scatola; una di dieci, si verrà a scoprire.

L'uomo è Branko Hrabal, ungherese. In realtà è un rom di origine ungherese, venuto a conoscenza dei suoi antenati nomadi verso i trent'anni. Parla a se stesso come al pubblico, inizialmente disorientato, e né lui né gli spettatori comprendono bene il luogo in cui si trova. D'altra parte c'è solo una scatola accanto a lui e potrebbe contenere qualsiasi cosa. Piano piano Branko riprende coscienza e dal limbo nel quale è immerso - “freddo, buio e silenzio” - scopriamo che a parlare è l'anima dell'uomo assassinato con sette coltellate alla schiena; sette come i giorni in cui - secondo le credenze popolari rom - lo spirito rimane a vegliare sul corpo prima di attraversare il "ponte nero", prima che i rituali di sepoltura siano adeguatamente rispettati.

Branko, in fuga dall'Ungheria, si è rifugiato in un campo rom in Italia. Quando arriva, sul suo furgone ha con sé dieci scatoloni, e insieme a quelli la voglia di ripartire, quasi di non scendere dal suo furgone, soprattutto vedendo il fango, i muri, l'immondizia... e sentendo la puzza. Poi tra il buio scorge dei piccoli punti luminosi. Quei piccoli punti luminosi sono gli occhi dei bambini del Campo, curiosi di capire chi sia il nuovo arrivato, assetati di sapere cosa ci sia dentro le scatole.

E’ per quegli occhi pieni di vita che decide di rimanere, parcheggiando il suo furgone nel Campo, intrecciando la "sua" storia a quella delle altre persone e nel contempo a quella di un'altra generazione di rom: il campo nomadi - che si illumina di speranza negli occhi dei bambini, con i quali la notte rovescia il contenuto delle scatole dando vita alla magia del circo Kék Cirkusz (il circo azzurro), appartenente a suo nonno Nap'apo' - si mescola a quello di concentramento, dove sarebbe sicuramente finita la sua famiglia durante la Seconda Guerra Mondiale, se il nonno, "magico patriarca con un grande cappello luminoso", non fosse stato tradito da Lazlo, l’amico-Caino, per colpa del quale tutti i componenti - tranne il padre di Branko - sono stati sterminati.

“Voi avete fretta di capire queste scatole. Bene. Allora pensate un circo come lo conoscete voi e eliminate subito il tendone, poi le sedie e anche le panche delle tribune. Quindi eliminate gli animali, e alla fine le persone. Ecco, dopo aver eliminato queste cose, quello che rimane è un circo come il mio, che si può mettere dentro grandi contenitori e lasciare nel buio di un posto chiuso per anni. Értitek? Riuscite a capire come spiego le scatole?”

Andrea Lupo sostiene in maniera eccellente, completamente solo, tutto l'apparato scenico intessendo con presenza fisica, gestualità e soprattutto con la voce, una fitta trama di piani narrativi. Una voce che modula, cambia, che passa da toni disorientati a dolorosi, da orgogliosi e fieri a drammatici, assumendo colori e sfumature che sembrano rubate al tendone di un circo e ai suoi artisti. Una voce che, appunto, costruisce e disegna immagini, scene, eventi, avvolgendo il pubblico e sferrando pugni avvolti in una carezza, raccontando una favola con i "bordi neri" che attinge e riporta alla mente libri come "L'amico ritrovato", film come "La vita è bella" di Benigni o anche "La strada" di Fellini, sofferenza, ma anche speranza. 

Il "Circo capovolto" - che torna nel decennale dalla prima messa in scena - è il ricordo, la speranza di riscatto, è la curva di un sorriso che capovolta diventa dolore, ma è anche tutto quell'insieme di sentimenti che le persone, all'apparenza senza via d'uscita - nei campi di sterminio come in quelli moderni - chiudono momentaneamente all'interno di una "scatola" - magari dieci - in attesa del momento giusto per riaprirla e capovolgerne il contenuto per terra o su un tavolo. Contenuto che travolge e quasi rischia di sopraffare tanto è intenso. Lupo si muove tra periodi storici e tra gli occhi dei bambini - sette, come le sette coltellate - vere speranze di un mondo migliore, in un perfetto equilibrio narrativo, come un trapezista del circo tra le sette (numero "magico" per il circo come per la cultura Rom) lampadine collocate a semicerchio sul palco, aiutato sia dall'essersi cucito addosso la parte - suo l'adattamento teatrale del libro di Milena Magnani - sia dalle scelte registiche di Andrea Paolucci, fatte di luci sapientemente dosate da Andrea Bondi e di flashback creati ad arte, grazie alle musiche di David Sarnelli.

Un lavoro delicato, commovente e nel contempo duro e sferzante che porta alla ribalta immagini non troppo lontane nella memoria: quelle dei campi di concentramento, delle persecuzioni ai danni dei nomadi prima e degli ebrei poi, dello sterminio. Una storia che chiede solo di essere ascoltata (e consigliamo di farlo), narrata dalla voce di Branko o da quella di un'altra persona al margine, perché la speranza negli occhi dei bambini possa diventare - ancora oggi come allora - un germoglio in un campo diverso da quello delle baracche o della prigionia.

IL CIRCO CAPOVOLTO
di Andrea Lupo
liberamente tratto dal romanzo di Milena Magnani
regia Andrea Paolucci
con Andrea Lupo
musiche originali David Sarnelli
una produzione Teatro delle Temperie
in collaborazione con Teatro dell'Argine
con il sostegno della Provincia di Bologna e della Regione Emilia-Romagna
riconoscimenti Roma Fringe Festival 2017 (Drammaturgia, Attore e Premio del Pubblico), Palio Ermo Colle 2020 (Premio del Pubblico), Mauro Rostagno 2021 (Premio del Pubblico), Catania Off Fringe Festival 2022

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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