Tutto fa brodo (recensione)

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti, di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti, per starmene ancora chiuso...

il pubblico presente allo spettacolo
m&s - Tutto fa brodo, il pubblico presente allo spettacolo (foto © Serena Pea)

Se si decide di assistere ad uno spettacolo che, nelle note di regia, si annuncia come "patchwork di scene e storie orientate alle infinite avventure e ai sogni di Don Chisciotte di Cervantes a cui sono intrecciati aneddoti raccolti da eventi di attualità" non è possibile sedersi in platea senza avere in mente la canzone di Francesco Guccini e senza chiedersi in che modo la compagnia teatrale di origine belga Laika, insieme ai diciannove giovani attori appena diplomati alla scuola Iolanda Gazzero, possa mettere in scena le gesta fantasiose quanto cavalleresche del pazzo idealista narrato da Miguel de Cervantes Saavedra nel suo romanzo. Eppure l'eccentricità e la follia dell'hidalgo sono pienamente rappresentati da questi artisti che sulla scena diventano i "compagni di viaggio" che tutti vorrebbero avere nella lettura e nell'ascolto di queste avventure.

Dispiace in effetti che, né in spagnolo, né in lingua belga, venga usato lo stesso verbo come nella lingua inglese - play - per tradurre contemporaneamente recitare, giocare e sì, anche suonare, perché mai come in questo caso ci pare appropriato per descrivere quanto applaudito: in un'ambientazione assolutamente inesistente e per questo, a livello concettuale, estremamente pregna di significato e arredata dall'immaginazione di ogni singolo spettatore e attore, si assiste ad una staffetta di artisti che, passandosi l'un l'altro il testimone, diventano Don Chisciotte o i suoi immaginari antagonisti grazie solo ad una trentina di panche, qualche libro e utensili da cucina. Quasi un gioco di ruolo con Master Michiel Soete, Peter De Bie e Jo Roets, che come organizzatori, moderatori o in alcuni casi arbitri, hanno condotto quelli che Francesco Guccini chiama "romantici rottami" alla fine della lettura, pardon racconto, incuriosendo i (speriamo pochi) spettatori che non conoscevano o avevano dimenticato le vicende del cavaliere.

Il Don Chisciotte di turno chiama a sé Sancho Panza, prende con sè Ronzinante e combatte contro i mulini a vento, si avventa contro un gregge di pecore, viene malmenato in un'osteria, sempre nel nome dell'ideale e della conquista di Dulcinea del Toboso: le panche di legno e metallo diventano cavalli, pale di mulini, letti in locanda, o pulpiti dai quali declamare le proprie intenzioni. E mentre l'hidalgo, pieno di fasce e cerotti, continua la sua corsa - a staffetta - verso l'ideale, dal fondo del palco che in realtà è la sala teatrale completa, utilizzata in ogni angolo, provengono fumi e profumi di cucina perché parte fondamentale degli spettacoli multisensoriali di Laika è, appunto, la parte culinaria (vedi In "Cantina" il Teatro si ama come sul palcoscenico, ma in più lo si può anche gustare).

I "cavalieri" sono anche cuochi diretti dagli chef belgi, sono camerieri con i maître, sono lavapiatti che anticipano la recitazione e la completano con turni in cucina, a tagliare verdure, assemblare e mescolare ingredienti, in una sorta di parallelismo concettuale tra il mix di ingredienti sapientemente dosati che servono per la riuscita di una ricetta e l'insieme di caratteristiche per la riuscita di uno spettacolo. E i piatti realmente serviti al termine delle avventure, quando la corsa di Don Chisciotte si arresta, e gli spettatori sono invitati a sedersi sulle panche, sono sempre conditi dalla fantasia perché come giusto sia in teatro, quello che si vede non è mai quello che è in realtà, ma gioca sull'equilibrio parola-sapore-immagine.

Un progetto teatrale fantasioso e ricco di sfaccettature, che intreccia numerosi piani narrativi e pur fondandosi su una struttura drammaturgica di spessore come può essere quella scritta da Cervantes, non si pone dei limiti nella libera interpretazione e nell'attualizzazione. Lo spazio teatrale è completamente utilizzato con scelte registiche e sceniche ovviamente influenzate dalla provenienza della compagnia: lo sfondamento prospettico è enfatizzato dalla porta aperta sul fondale dalla quale provengono gli odori di cucina ma anche luci - o ombre - che all'occorrenza si mescolano con quelle sul "palco" e che attingono a piene mani all'arte fiamminga e caravaggesca, per sottolineare quell'aspetto psicologico del personaggio che, solo all'apparenza, pare tralasciato. Gli attori si muovono nello spazio teatrale occupandolo completamente e utilizzando appieno la loro fisicità, senza l'ausilio di costumi come aiuto per "entrare" nel personaggio, ma solo con qualche accessorio "rubato" alla cucina e che sottolinea maggiormente l'aspetto ludico: chi di noi da bambino non ha affrontato il nemico con in mano un mestolo come arma, un piatto come scudo ed un'anguria come elmo sentendosi forte e senza paura?

I richiami all'attualità sono molteplici perché Don Chisciotte è, per fortuna/purtroppo, il simbolo di una società ancora attuale: ormai la lotta tra potere e potere (faticosamente si può dire tra ideali diversi) si consuma in un talk show nel quale i protagonisti raramente si distinguono per il valore del loro discorso, quanto per come riescono a prevaricare sugli altri aumentando il volume della voce o per il successo a suon di like raggiunto. La conquista del valore è spesso vista come la vittoria di un "grembiule per passare il turno" che dona autorità piuttosto che autorevolezza.

Come la lettura di Don Chisciotte anche lo spettacolo fa ridere (e tanto) grazie alla verve comica di ciascuno dei giovani attori che non risparmiano energie e si conclude (non temiamo spoiler) con una cena servita agli spettatori che siedono uno accanto all'altro. Ma se Don Chisciotte si fosse seduto a mangiare con i suoi fantomatici avversari - amava tanto i libri quanto la cucina - non avrebbe appianato ogni problema, reale o immaginario che fosse? E se la speranza o l'ideale per cui ci si batte fosse proprio quella in una convivialità che passa per la tavola, magari imbandita di piatti provenienti da diverse culture?

TUTTO FA BRODO
spettacolo e drammaturgia a cura di Jo Roets, Peter De Bie e Michiel Soete Compagnia Laika,
liberamente ispirato al “Don Chisciotte della Mancia” di Miguel de Cervantes Saavedra
con Rocco Ancarola, Gabriele Anzaldi, Simone Baroni, Giorgia Iolanda Barsotti, Oreste Leone Campagner, Pietro Casano, Giulio Germano Cervi, Brigida Cesareo, Giorgia Favoti, Elena Natucci, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Iacopo Paradisi, Carlo Sella, Martina Tinnirello, Leonardo Tomasi, Cristiana Tramparulo, Giulia Trivero, Massimo Vazzana
fonico e tecnico video Alberto Irrera
elementi scenici Sergio Puzzo
costumi Elena Dal Pozzo e Anna Vecchi

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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