L’indimenticabile Gigi Proietti ha fatto scuola e per fortuna i suoi insegnamenti stanno dando i suoi frutti anche quando non sono propriamente cresciuti “sul suo albero di formazione teatrale”. Stiamo parlando di Giovanni Scifoni che sta collezionando - a ragion veduta - sold out ovunque porti il suo “Santo Piacere. Dio è contento quando godo”. Assistendo ad una delle sue performance abbiamo capito il motivo di questo “tutto esaurito”, perché il vederlo sul palco, complice l’accento romano spessa volutamente enfatizzato, e la tenuta di palco, nonché il cambio di registro da comico a drammatico e viceversa, ci ha ricordato un giovane Proietti. Ed ecco che, per una volta, iniziamo le nostre considerazioni dalla fine, augurandoci di vedere Scifoni nel ruolo di protagonista di una pièce drammatica (non abbiamo ancora avuto la fortuna), per apprezzare ancora di più le doti da performer che in questo (quasi) one man show sono prevalentemente, ma non esclusivamente, comiche.
Torniamo però all’inizio. Scifoni, con “Santo Piacere”, coadiuvato dalla regia di Vincenzo Incenzo e dalla ballerina Anissa Bertacchina, ha un obiettivo: cercare il motivo e quindi la soluzione all’eterno conflitto tra “Amor Sacro e Amor Profano”, tra Fede e Godimento, tra amore spirituale e sesso e lo fa con un viaggio che passa attraverso la sua infanzia, la sua adolescenza, la sua vita da adulto che, nel contempo, potrebbe essere quella di chiunque. Figlio di “cattocomunisti sessantottini”, Scifoni ripercorre la sua prima conoscenza del sesso attraverso i racconti degli amici con fratelli più grandi o con l’educazione sessuale gestita a scuola con i famigerati libretti di Lupo Alberto; il bombardamento di informazioni che adesso è tramite i social ma che nel passato avveniva con le pubblicità: dalle caramelle morositas al silicone nella doccia, per non parlare dei languorini che assalivano signore vestite di giallo; pubblicità che gli appartenenti alla Generazione X ma non solo ricorderanno come contrastanti con la tristezza e i tabù di quelle relative a oggetti che di sesso dovevano effettivamente parlare, come ad esempio i preservativi. Insomma adesso come nel passato la distrazione sessuale che manipola il pensiero è ovunque presente, e - in un esperimento con il pubblico - viene saggiata già ad inizio spettacolo quando, durante l’introduzione del ”mattatore”, entra in scena Anissa Bertacchini che subito attira l’attenzione di tutti i presenti, distogliendola conseguentemente dall’oratore ed esemplificando il binomio su cui tutto lo spettacolo è costruito.
In una serie di quadri perfettamente legati tra loro, Scifoni si muove tra l’allestimento scenografico composto da una pila di libri sulla sinistra (la razionalità), un letto centrale (il piacere?) ed un crocifisso sulla sinistra (la spiritualità cattolica), così come si muove tra gli estremi di sesso e fede, in un continuo mutamento di personaggi che vanno dal morigerato Don Mauro - parroco dall’accento veneto che ha sempre avuto un incontro di preghiera che rispondeva al peccato o al quesito del disorientato Giovanni - a Rashid, “pizzettaro” musulmano modernista che conosce a memoria tanto il Corano quanto le encicliche dei papi, ai compagni di scuola fino ai propri stessi genitori.
Come un pendolo che oscilla tra fede e piacere, castità e sesso, fra morale cattolica e libertina, tra vizi, ragioni e sentimenti della fauna umana, Scifoni gioca con papi e martiri, encicliche e sonetti, pubblicità e poesie, anni ’80 e medioevo, uomini primitivi e scimmioni dei nostri giorni, mantenendosi sempre e comunque imparziale e quasi estraneo nei confronti della figura femminile (la Bertacchini) che a intervalli regolari fa il suo ingresso, rappresentando figure angeliche o tentatrici nonché figure narrate nel Vangelo che hanno trovato la redenzione.
La fede e il piacere della carne non sono incompatibili, bisogna uscire da questa dicotomia che non ha senso di esistere. O meglio, ci si deve staccare dalla visione che tutto ciò che riguarda l’ambito sessuale sia da considerarsi peccato, perché, semplicemente, Dio è contento quando noi proviamo piacere. È così dall’alba dei tempi, da quando l’uomo notò l’esistenza della donna (e viceversa) e da quel momento entrambi si resero conto di essere fatti l’una per l’altro. Ed è inutile ammorbare i preti con i nostri peccati sessuali, così come ci racconta l’attore/personaggio, perché anche loro ormai sono annoiati dalle nostre confessioni, sempre uguali e figlie di un antico retaggio caduto in disuso.
E come nel famoso “Amor Sacro e Amor Profano” di Tiziano, nel quale l’Amor Sacro è sempre stato erroneamente individuato nella figura vestita, mano a mano che Scifoni si libera e libera lo spettatore di luoghi comuni e pregiudizi, dubbi, ossessioni, si libera dei vestiti, per incontrare, seminudo e quindi senza filtri, senza sovrastrutture e assolutamente “puro”, l’ultimo quadro dello spettacolo, che dopo due ore di divertimento, mettendo d’accordo le due S dell’amore (Sesso e Santità) strappa anche una lacrima di commozione.
Giovanni Scifoni in
SANTO PIACERE. Dio è contento quando godo
Scritto da Giovanni Scifoni
Danzatrice Anissa Bertacchini
Regia di Vincenzo Incenzo








