Il silenzio grande (recensione)

In teatro capita che il "silenzio" dell’attore sia riempito dal suono "grande" degli applausi. Succede poi anche al cinema

immagine di una donna e un uomo in una studio
m&s - Stefania Rocca è Rose, Massimiliano Gallo è Valerio, in Il silenzio grande (foto di Manuela Giusto)

Dopo aver assistito alla messa in scena di un’opera come “Il silenzio grande” si giunge a due evidenti conclusioni. La prima è che nella famiglia artistica Gassman, "due" è sinonimo di successo. Inizialmente il cognome Gassman era accompagnato da Risi e la coppia era formata da un attore (Vittorio) e un regista (Dino). Attualmente, la coppia vincente è formata sempre da un Gassman, che questa volta è regista e si chiama Alessandro, e da un autore, Maurizio De Giovanni. La seconda è che - e senza offesa per nessun drammaturgo di diversa provenienza, perché l'Italia è ricca di cultura - un autore di origine napoletana ha la scrittura teatrale nel sangue, insieme al caffè e alle "pastarelle", anche se prima si è cimentato "solo" in adattamenti o nella scrittura di libri. Non si spiega altrimenti come questa pièce possa tenere incollati alla poltroncina, provocando almeno un’ora e mezza di risate e trenta minuti di lacrime da commozione, come nella migliore delle opere di Eduardo, sia che accanto ci sia il cognome Scarpetta, sia De Filippo (che poi la stessa cosa sono).

Un’imponente e ricca scenografia (firmata da Gianluca Amodio) raffigura quella che si capirà essere la stanza più importante della famiglia Primich, protagonista della storia narrata da De Giovanni: è lo studio-biblioteca del capofamiglia Valerio (Massimiliano Gallo) scrittore vincitore di numerosi premi - tra cui lo Strega che si indovina alla parete - e che passa parte delle sue giornate (e soprattutto nottate) allo scrittoio, circondato dagli amati libri ordinati con un rigore logico che solo lui conosce, alla ricerca di nuova ispirazione per un libro che lo porterà non solo nuovamente al successo, ma anche a risolvere i problemi economici che gli rimprovera la moglie Rose (Stefania Rocca) che di tanto in tanto oltrepassa la porta principale dello studio per parlargli.

Rose non è l’unica componente della famiglia a varcare la soglia di questo “simulacro” la cui finestra si affaccia sul golfo di Napoli. Ci sono anche i due figli: Massimiliano (Jacopo Sorbini), giovane uomo alla ricerca di se stesso e di un affrancamento dalla ingombrate figura paterna e Adele (Paola Senatore), effervescente figura che idolatra il padre e che cerca nelle relazioni con l’altro sesso tutta l’attenzione che pare non ricevere dallo scrittore. A completare il quadro di questo complesso meccanismo di rapporti si inserisce Bettina (Monica Nappo), l’archetipo della governante/domestica che con gli anni, oltre a sapere tutto della famiglia (sia ufficialmente che ufficiosamente origliando dalle porte), ne è anche diventata amica instaurando soprattutto con Valerio una particolare connessione. Con la semplicità che contraddistingue le persone di buon cuore, anche se non “studiate” - come sottolinea durante il dialogo con Valerio - riesce ad ascoltare (e non solo sentire) molto di più le parole non dette, i “silenzi” che riempiono i vuoti e pare l’unica tra tutti che sembra parlare veramente con il professore (ed anche ascoltarlo); suo contraltare e complementare con l’istruzione, l’alterigia, il distacco che ha creato lui stesso con le altre persone quasi costruendo un muro i cui mattoni sono i libri che tanto ama. Bettina è l’unica ad entrare nello studio di Primich dalla porta di servizio e non da quella principale, quasi in un ribaltamento metaforico dei ruoli: pur varcando la soglia secondaria di quella stanza che non è solo il cuore della casa (e protagonista insieme al “silenzio” al pari degli attori in carne ed ossa), ma che è soprattutto la raffigurazione materiale di quello pulsante di Valerio, è l’unica che accede veramente all’area degli affetti che sembrano schermati, velati, celati nei confronti e tra i protagonisti.

Il “silenzio grande” è purtroppo formato da tanti piccoli silenzi che non si sono mai ignorati l’un l’altro fino a scomparire, ma che anzi si sono accumulati, sommati; sono parole scritte tra le righe che il professore non è mai riuscito a leggere nonostante la cultura e i premi appesi alle pareti. La storia continua in un alternarsi di dialoghi tra i componenti della famiglia nell’affrontare, ognuno a proprio modo, la crisi economica in cui è scivolata; dialoghi tra sordi si direbbe, o addirittura monologhi spezzati solo dalla vecchia radio d’epoca di Valerio che enfatizza ulteriormente l’incomunicabilità. Massimiliano parla al padre della sua omosessualità e dell’attrazione verso un attore (un cameo del regista) con il quale vuole mettersi in società, senza mai ascoltare pareri, impressioni, consigli. Adele confessa al padre di essere incinta e di essere attratta dallo stesso attore per il quale non sa che il fratello prova amore. Rose comunica la vendita della casa quasi il parere contrario di Valerio non conti. Il castello dei silenzi comincia a sgretolarsi nel momento in cui la stanza/studio/biblioteca si svuota dei libri, delle parole scritte (e non dette) che riempiono scatoloni invece di scaffali. Il muro costruito attorno al professore attraverso riferimenti letterari e parole scritte da altri comincia a cedere, a sfaldarsi in migliaia di fogli sparsi che, non più saldati, incollati alla costola, sembrano fare anche meno paura, tanto a se stesso quanto agli altri in una presa di coscienza nuova e più “terrena”, dove il silenzio diventa meno “opprimente”.

La pièce consegnata al pubblico è suggestiva e coinvolgente con un colpo di scena che ribalta completamente l’emozione che serpeggia tra gli spettatori: passioni ed incomprensioni, occasioni mancate, ricongiungimenti e distacchi vengono descritti sapientemente dalla penna di De Giovanni che tratteggia un quadro delicato e commovente dei rapporti familiari ulteriormente arricchito sia dall’impianto scenico (come già detto ampiamente protagonista insieme al cast) che dalla performance degli attori. Tutti e cinque danno ampia prova di esperienza e tenuta di palco soprattutto in considerazione della struttura a dialogo/monologo costruita su tre di loro: Rocca, Sorbini e Senatore interagiscono con Gallo (e a volte con la Nappo) come se davanti avessero la tanto temuta “quarta parete” e non un collega uscendone sicuramente vincitori.

Da applausi a scena aperta le dinamiche tra la Nappo e Gallo. Se già nel tratteggio dei personaggi di Valerio e Bettina De Giovanni sembra essere stato toccato dalla penna dei suoi famosi predecessori napoletani, l’apporto dei due attori è fondamentale. Con innesti di umorismo a tratti esilarante alternati a momenti di intensa commozione riescono a non essere mai sopra le righe nemmeno nelle vette di comicità, mantenendo viva l’attenzione sull’affresco delle dinamiche di una famiglia come tante del secolo scorso con liti, debolezze e forze nascoste.

Apprezzabili le elaborazioni video di Marco Schiavoni (innesti tanto cari al regista che guarda sempre con benevolenza alla sua parallela vita cinematografica) e l’utilizzo di musica (Paolo Cillerai), luci (Marco Palmieri) e costumi (Mariano Tufano). Si esce dal teatro arricchiti, con la consapevolezza che il teatro non deve necessariamente “pescare” nella produzione passata, ma che anche gli autori contemporanei possono darci ancora tanto: soprattutto se impariamo ad ascoltare ed interpretare i silenzi, tanto sul palco che nella vita reale.

IL SILENZIO GRANDE
di Maurizio De Giovanni
regia Alessandro Gassman
con Massimiliano Gallo
con Stefania Rocca, Monica Nappo, Paola Senatore, Jacopo Sorbini
regista assistente Emanuele Maria Basso
scene Gianluca Amodio
costumi Mariano Tufano
light designer Marco Palmieri
suono Paolo Cillerai
foto Manuela Giusto
elaborazioni video Marco Schiavoni
musiche originali Pivio & Aldo De Scalzi
produzione Diana Or.i.s.
durata circa 2 ore

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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