Non tutti sanno, o fanno finta di non sapere, che di 140.000 sono riusciti a sopravvivere in 17.000 e che dei 15.000 bambini "ospitati", sono tornati a casa in meno di 100. Una tragedia comunque annunciata, che solo la caparbia cecità di alcuni poteva non vedere.
Il testo di Daria Veronese punta l'attenzione teatrale su uno dei tanti, assurdi episodi di crudeltà della Seconda Guerra Mondiale, sottolineando il perverso e, per certi versi, ancora misterioso rapporto tra nazismo e arte, quella dicotomia assurda che consentiva alla Germania hitleriana di ricercare la cultura e, allo stesso tempo, disprezzare così profondamente la vita umana, mettendo a regime prima le eliminazioni ospedaliere, poi il sistema logistico dei campi di concentramento, posizionando fuori dal suolo tedesco quelli che poi saranno riconosciuti - e passati alla storia - come campi di sterminio.
Gli autori teatrali contemporanei sono stati accorti e appassionati narratori dell'Olocausto, cercando di miscelare sapientemente l'aspetto storico con quello drammaturgico, senza esprimere una scontata quanto futile condanna (è sempre facile farlo a posteriori), ma badando a consegnare al pubblico prima di tutto un racconto, da cui poi ognuno è libero di trarre le proprie conclusioni. Ha più volte sfiorato l'argomento Gianni Clementi, lo stesso ha fatto Simone Cristicchi, Marco Paolini ha dedicato ad Ausmerzen uno dei suoi monologhi e libri più coinvolgenti, grazie a Peppe Millanta e a Gianmarco Busetto, separatamente, abbiamo conosciuto la vita (e la morte) del pugile zingaro Rukelie, non poteva essere diversamente per la piccola città cecoslovacca di Terezin, con la quale avevamo familiarizzato in scena grazie all'opera di Giovanni Fedeli.
Terezin, in tedesco Theresienstadt, è stato innanzi tutto un grande bluff a cui tutti, compresi gli osservatori della Croce Rossa, inspiegabilmente, si prestarono a credere volentieri. La piccola cittadina, chiamata "Il dono di Hitler", venne propagandata dall'efficiente apparato di comunicazione nazista come un conservatorio a cielo aperto, dove selezionati orchestrali, cantanti e coro, principalmente dell'est Europa ed ebrei, si potevano preparare per eseguire il difficile Requiem di Giuseppe Verdi, alla presenza delle più alte cariche dello stato occupante, tra cui addirittura Adolf Eichmann.
Si mette in scena la lucida follia di chi da una parte consente, anzi incentiva, malgrado la difficile situazione di guerra, le arti, ma allo stesso tempo priva musicisti e cantanti di cibo, infligge sofferenze insopportabili e uccide con noncuranza per un nonnulla. Tre soli gli interpreti, in un'ambiente vuoto innanzitutto di umanità, con il compito di riportare al presente un passato che non è e non sarà mai giusto provare a dimenticare.
La rappresentazione (non possiamo e non vogliamo usare il termine spettacolo) ha proposto anche materiali testuali tratti dai documenti poetici dei bambini rinchiusi nel ghetto di Terezin e materiali tedeschi che sottolineano l’aspetto propagandistico di "dono" che Hitler aveva fatto agli ebrei. Inutile confermare che dopo le applauditissime repliche (in totale 16) il dono reale che gli orchestrali ricevettero fu un biglietto di sola andata verso le camere a gas di Auschwitz.
IL DONO DI HITLER
Terezin: 1941-1945
di Daria Veronese
con Ramona Gargano, Massimo Mirani, Marcello Gravina
collaborazione Teatron Accademia Professionisti Spettacolo
musiche Pasquale Filastò
pianoforte Francesco Lecce
grafica Luigi Imparato
disegno luci Massimo Sugoni
tecnico audio e luci Giampaolo Amico
aiuto regia Massimo Sugoni
regia Daria Veronese
produzione Compagnia della Luna









