È probabile che siano pochi i nostri lettori che non si siano vista la giornata rovinata per la notifica di una contravvenzione. Diversamente non può accadere anche per un attore e regista, che però usa questo spiacevole pretesto per confezionare un lungo monologo, tra il nuovo e il rivisitato, e aprire il baule che contiene i ricordi di un mestiere iniziato circa 40 anni prima.
Annunciato come "una riflessione sulla vita", lo spettacolo prende il via con l'arrivo di una raccomandata, consegnata da parte dell'enorme "casco" del postino. Una lettera portatrice di brutte notizie, perché contiene una multa da 100 "euri", l'esatto valore della banconota rinvenuta fortuitamente e inaspettatamente, poco prima, in casa. Da questo piccolo "frame", l'attore spinge il "play" sull'analisi di tanti altri piccoli spunti di vita, alcuni più e altri meno personali (ma è sempre molto difficile capire se quello che viene tacciato come personale, in realtà non sia frutto di uno studiato copione), alcuni più e altri meno coinvolgenti, come è normale succeda quando il monologo esistenziale travalica le due ore.
Ci separano circa 5 anni da un lavoro precedente di Cecchini, La vita secondo io, e come allora viene rispettato il format del racconto "uno a molti", intrattenendo la platea con gli amori adolescenziali, le difficoltà economiche, le scelte esistenziali, la vita dell'attore e dell'uomo, che si confondendono e si mescolano a quelle delle tante persone comuni. Un'analisi semiserie di vissuto quotidiano, di proprie riflessioni dolce-amare sulla vita e su come la stessa possa essere meravigliosa (che sia un fan di Frank Capra?), anche se piena di problemi.
Pier Maria Cecchini parla di amori, di ragazze e di donne che si avvicinano ai ragazzi e agli uomini, che nella maggior parte dei casi li lasciano perché inadatti, ma soprattutto "per lo stesso motivo per il quale si sono messe con te". Un piacevole amarcord fatto di ricordi che appartengono a tutti, dopotutto come può essere diverso il vissuto di un sessantenne da quello di un altro suo coetaneo.
"Non ho mai ballato il flamenco", aveva in precedenza dichiarato Cecchini, "vuole offrire una sorta di specchio della quotidianità con toni leggeri e divertenti, con la danza che entra in scena con brevi incursioni", si giustifica così il titolo dato allo spettacolo, introducendo Manuela Galvagno, nei panni della danzatrice di flamenco che tenta di convincere un recalcitrante Pier Maria a ballare, e i disturbi del cameriere Emiliano Facchini, che irrompe in scena nel tentativo di consegnare, più e più volte, un caffè.
"Prendendo ad esempio alcuni aneddoti del mio passato interpreto gli amori, il lavoro, le amicizie, la vita insomma di ognuno di noi", si innesta così nel racconto teatrale il ricordo di infanzia, così comune, così amato e così esplorato anche dal repertorio di altri artisti che - anagraficamente - riescono a condividere sensazioni e soprattutto spunti di dissertazioni con il pubblico cui si rivolgono che, evidentemente, deve essere "selezionato" nella stessa fascia di età. "La danza serve a farci comprendere l’errore di ripetere, con ostinazione, sempre le stesse cose, magari privandoci delle emozioni che possono nascere dalle novità inaspettate": partendo da questa affermazione, dobbiamo quindi aspettarci nel futuro una dark comedy steampunk?









