Luci (ed ombre) della ribalta (recensione)

Siamo brutti, ma la vita è bella: almeno è questo il pensiero espresso da Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901)

la presentazione dello spettacolo
m&s - la presentazione dello spettacolo (foto © media & sipario)

Così il pittore post impressionista sintetizzava le contraddizioni di un’epoca scintillante e insieme sordida quale solo la Belle Epoque poteva essere; un’epoca in cui l’ottimismo esasperato impedì di cogliere le avvisaglie delle tragedie del secolo successivo.

Ci perdoneranno il regista e i quattro interpreti di “Luci (ed ombre) della ribalta” di Jean-Paul Alègre (autore francese nato nel 1951 con opere tradotte in più di venticinque lingue e presentate in più di quaranta paesi) per aver associato questa frase allo spettacolo al quale abbiamo potuto assistere grazie allo streaming messo online a prezzo simbolico dal Teatro de' Servi di Roma sul cui palco aveva debuttato il 22 ottobre scorso. Eppure chi scrive non ha potuto non trovare delle similitudini artistiche tra la pièce - in realtà un collage di piccoli racconti (titolo originale “La ballade des planches”) nella traduzione di Luigi Lunari, che giocano sul meta teatro, sul paradosso, sull’assurdo - e l’espressione artistica raffigurante la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento di Toulouse-Lautrec. Un’espressione artistica che, a causa dei corsi e ricorsi storici, è assolutamente attinente al momento di vita attuale e ben rappresentata sul palco, in ordine alfabetico, da Alessandro Di Somma, Diego Migeni, Yaser Mohamed e Marco Zordan con la direzione di Leonardo Buttaroni.

Da un futuro remoto due improbabili, quanto esilaranti, scienziati (Diego Migeni e Yaser Mohamed), approdano sulla Terra nell’ottobre 2020 insieme al loro automa Basic Model C2A (Marco Zordan), il nome che ovviamente rimanda alla saga di Star Wars va comunque "ascoltato" pronunciato dagli attori per coglierne il pieno significato "romano". I due vogliono capire, attraverso un’attenta (ma squinternata) analisi, i meccanismi alla base di quei “sapiens” che sul “palchen” del “teater” - parole di sturmtruppiana memoria - parlavano e recitavano davanti ad altri “sapiens” che ascoltavano. Da surreali dialoghi interrotti dall’arrivo dell’attrezzista Alessandro di Somma prendono così vita diversi quadri narrativi che si chiudono, in un percorso circolare, nel punto nel quale si erano aperti.

I siparietti - che nel taglio filmato enfatizzano maggiormente l’aspetto cinematografico e il montaggio alla “Carosello” - sono legati dalla volontà di mettere in mostra, ovviamente ridendone, i tanti difetti umani esasperati del mondo dello spettacolo (vedi le esilaranti telefonate di Emiliano Luccisano al suo "Giggi"). Dal “Delizioso gilet” in cui Di Somma interpreta un improbabile attore che non riesce a scrollarsi di dosso un personaggio che neanche è sul copione e che “contagia” con il metodo Stanislavskij i due colleghi, a “Viviamo felici aspettando la morte”, per passare atttraverso “L’ultima prova”, amara con risata citazione della televisione del dolore, tanto amata dal pubblico contemporaneo, quello stesso disponibile a "morire di fama" (cit.) ed essere protagonista del "Reality", ma quello di Matteo Garrone.

Lo spettacolo con le sue costanti sfaccettature diventa un caleidoscopio di umanità monicelliana che i quattro attori riescono a interpretare in maniera come di consueto eccellente, passando dai registri comici ai drammatici senza perdere di credibilità o dinamismo e “rubando a mani basse” le atmosfere già collaudate in pièce da noi applaudite come "39 scalini" e "Primi! dei non eletti" o il recentissimo "Romeo e Giulietta negli Ater". La puntuale regia di Leonardo Buttaroni riesce a illuminare ancora di più, se possibile, le caratteristiche dei personaggi e a sottolineare le peculiarità dell’uno o dell’altro interprete, lasciandosi influenzare da contaminazioni cinematografiche, televisive e letterarie, ma mantenendo la spontaneità di un testo dove non è possibile trovare una logica, ma dove è invece necessario lasciarsi avvolgere da atmosfere che dall’assurdo di Beckett - “Aspettando Godot” è ravvisabile in “Viviamo felici…” - arrivano (nella lettura attuale) alla comicità mediatica dei “meme” social: epica la battuta sulla colonna sonora di Guerre Stellari “Luke, io sono tua madre”.

E’ certamente assodato come assistere ad uno spettacolo così variopinto e strutturato possa essere sicuramente maggiormente goduto in teatro, mentre quattro attori di questo spessore e bravura abbattono completamente la “quarta parete”. Ma dovendo purtroppo adattarci ad una situazione che non pare per ora dare tregua, è necessario trovare escamotage e guardare ai lati positivi. Chi scrive apprezza la soluzione online e ammette che lo streaming ha soggettivamente almeno due aspetti positivi: evita all’attore di doversi fermare a causa delle risate (che si sarebbero sentite in tutto il teatro) e alla persona che ha questa "peculiarità" viene evitato di essere accomodata nell'ultima fila. Oltre a questo la possibilità tecnica della "pausa" consente di darsi il giusto tempo di ridere e di non perdere nessuna battuta. Ma anche queste fanno parte delle "luci" e delle "ombre" della ribalta. Accontentiamoci… per ora, in attesa del ritorno in sala: l'ultima fila ci attende!

LUCI (E OMBRE) DELLA RIBALTA
da “La ballade des planches” di Jean-Paul Alègre
traduzione Luigi Lunari
con Alessandro Di Somma, Diego Migeni, Yaser Mohamed, Marco Zordan
regia Leonardo Buttaroni
scene Paolo Carbone
produzione La Bilancia Produzioni
ufficio stampa Maresa Palmacci
durata 99 minuti (risate e interruzioni escluse)

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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