Di colui che vide tutto io voglio narrare al mondo.
Di colui che conobbe ogni cosa, tutto io voglio raccontare.
Egli andò alla ricerca dei Paesi più lontani e raggiunse la completa saggezza.
Egli vide cose segrete, scoprì cose nascoste,
riferì delle storie dei tempi prima del Diluvio.
Egli percorse vie lontane, finché stanco e abbattuto si fermò.
E fece incidere tutte le sue fatiche su una stele di pietra.
Probabilmente dai ricordi scolastici, sentendo il nome Gilgamesh oppure Uruk, potrebbero affiorare immagini di libri di storia, con la descrizione di territori tra il Tigri e l’Eufrate. A voler invece andare più a fondo nella ricerca, si scoprirebbe che Gilgamesh, quinto re della prima dinastia sumerica di Uruk (l’esistenza storica in realtà non è mai stata provata), è il protagonista del poema ritrovato – e decifrato dalla scrittura cuneiforme – in una serie di tavolette portate alla luce dagli archeologi circa due secoli fa, negli scavi della biblioteca di Assurbanipal a Ninive: “Di colui che vide le profondità e le fondamenta della terra”.
Gilgamesh è il possente ed eroico sovrano - figlio della dea Ninsun - che si comporta da tiranno con il suo popolo pretendendo referenza e diritti su tutto e tutti, compreso quello che in seguito, in epoca feudale, sarà chiamato “ius primae noctis”. Il popolo invoca le divinità per riuscire a contrastarlo e le preghiere vengono esaudite con la creazione di Enkidu, un essere selvaggio ed animalesco, forte e robusto quanto il sovrano sumero, che cresce nella steppa comportandosi e vivendo come gli animali. Avvertito da un cacciatore suo servo di questo eventuale pericolo per la sua vita, Gilgamesh manda a Enkidu una donna, una cortigiana. Tra le sue braccia e in preda alla lussuria l’uomo perde la sua forza selvaggia, acquista comportamenti umani e quando affronta Gilgamesh lo scontro non ha vincitori: in realtà i due uomini si riconoscono come fratelli e cominciano ad affrontare sfide pericolose.
Insieme combattono ed uccidono Humbaba e distruggono la foresta dei Cedri (oggi il Libano) e il Toro Celeste inviato dalla dea Ishtar, rifiutata da Gilgamesh. A causa di un gesto di scherno da parte di Gilgamesh a Ishtar, gli dei decidono di punirlo con la morte di Enkidu. Vegliando sette giorni e sette notti sul corpo dell’amico fraterno, il re si rende conto della caducità della vita e dell’esistenza della morte. Alla ricerca dell’immortalità, o forse solo di risposte, comincia un viaggio che lo porterà al cospetto di Utnapishtim, unico uomo sopravvissuto al Diluvio Universale, a cui gli dèi hanno concesso la vita eterna.
Non raccontiamo il finale, anche se una semplice ricerca basterà a svelare l’epilogo della storia. Vi diciamo solo che iI viaggio di Gilgamesh ai confini del mondo, da un punto di vista eroico, è un completo fallimento, ma la sua sconfitta diventa un nuovo punto di comprensione delle cose della vita.
Giovanni Calcagno ha deciso di affrontare questo poema, “venuto fuori da una tavoletta con dei segni cuneiformi”, trasformandolo in un’opera teatrale che è una narrazione con tre narratori/protagonisti: lo stesso Calcagno (che è anche regista), Vincenzo Pirrotta e Luigi Lo Cascio. Sul palco solo i tre artisti che, in un’ora e trenta di messa in scena, si “danno il cambio” come moderni aedi, con un allestimento scenico ridotto al minimo indispensabile, ma coadiuvati dalle composizioni con contaminazioni moderne di Alessandra Pescetta, dalle musiche originali di Andrea Rocca, e dal disegno luci di Vincenzo Bonaffini. L’essenzialità della scrittura, la semplicità espressiva sumero accadica, così simile all’haiku giapponese, ha lasciato ai tre attori la possibilità di regalare allo spettatore la creazione della propria sintesi della vicenda. Soprattutto la gestualità dello stesso Calcagno, attraverso il movimento delle mani, oltre che l’uso sapiente della voce è come se plasmasse delle immagini del racconto davanti agli occhi del pubblico. Non sono da meno Pirrotta e Lo Cascio ma, forse perché “figlio” di Calcagno, il racconto risulta maggiormente incisivo quando è quest’ultimo a prendere la parola.
Apprezzabili le scelte registiche: l’utilizzo dei costumi per primo che enfatizzano il messaggio del poema. Se Calcagno ha vesti quasi arabe - interpretabili come l’origine del poema - Pirrotta appare come un viandante, quasi a sottolineare il viaggio compiuto da Gilgamesh e Lo Cascio, in abiti contemporanei, sottolinea la modernità nella ricerca di immortalità che si conclude con la consapevolezza di una vita che porta, inconfutabilmente, alla morte. La morte di Enkidu, per prima, narrata attraverso delle marionette - come se le gesta e il destino dei due protagonisti fossero guidati o manovrati da volontà altrui. Il sapiente uso delle luci e delle ombre - con un preferenza nel controluce - rimandano nuovamente alla cultura giapponese e al suo teatro e la permanenza delle marionette in un angolo appaiono come un “memento mori” per parte della piéce.
Ci siamo interrogati, durante la visione, sulla volontà di immettere accenti e dialetto siciliano nella narrazione, a voce di Vincenzo Pirrotta. Crediamo di esserci dati una risposta nell’attinenza voluta da Calcagno al poema e alle sue parole, rese potenti dalla voce.
Il racconto è spesso definito “parola che cammina”, la poesia invece “parola che danza”.
Le cose speciali sono sempre state dette in versi, quindi in poesia. In rima e versi sono gli scongiuri, le preghiere e gli inni, le prime antichissime storie: come la Storia di Gilgamesh, re dei Sumeri di Uruk, la più antica che sia arrivata fino a noi; e dopo quasi tremila anni, ecco i narratori siciliani fanno il “cuntu”, in piedi. I “cuntaturi” non cantano, ma intermezzano il racconto con silenzi e singhiozzi nei momenti avvincenti, così come ha fatto Pirrotta in alcuni momenti della messa in scena.
A voler trovare un difetto, forse l’eccessiva durata. Dieci minuti in meno avrebbero ancora più legato alla poltroncina lo spettatore, alle prese con un testo particolarmente complesso. Ma è anche vero che per narrare le vicende di Gilgamesh, l’uomo che un tempo era mosso nelle sue gesta dalla ricerca della fama, poi dalla volontà di trovare risposte o anche la vita eterna, non basterebbe forse un giorno.
Curiosità: La versione classica fu elaborata a Babilonia tra l’ottavo e il settimo secolo a.C. da un sacerdote di nome Sileqiunninni. Con una prima traduzione dell’opera tra le mani, Rainer Maria Rilke affermò di non aver letto mai niente di così potente ed anche Elias Canetti manifestò la volontà di confrontarsi con questo testo. “Gilgamesh” divenne anche un’opera lirica in due atti grazie a Franco Battiato che compose sia libretto che musica. Venne presentata per la prima volta nel 1992 al Teatro dell’Opera di Roma.
GILGAMESH
L’epopea di colui che tutto vide
raccontata da Luigi Lo Cascio, Vincenzo Pirrotta e Giovanni Calcagno
testo e regia Giovanni Calcagno
composizioni video Alessandra Pescetta
musiche originali Andrea Rocca
disegno luci Vincenzo Bonaffini
consulenza scientifica Luca Peyronel
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
durata 1 ora e 40 minuti









