Seconda Guerra Mondiale, anno 1941, mese di settembre, la Germania nazista ha già invaso metà dell’Europa, tra cui anche l'inerme Danimarca (l'Operazione Weserübung del 9 aprile 1940), ed ha da poco intrapreso la campagna più ambiziosa e folle, mai riuscita finora a nessuno: la conquista militare dell'Unione Sovietica. A Copenaghen vive il celebre fisico - premio Nobel nel 1922 - Niels Bohr (Umberto Orsini) con la risoluta e pratica moglie Margrethe (Giuliana Lojodice). La coppia riceve la visita - non di cortesia - dell’ex allievo del fisico, il tedesco Werner Karl Heisenberg (Massimo Popolizio), premio Nobel nel 1932. Il testo di Michael Frayn ricostruisce i temi che hanno motivato l’incontro scientifico, sullo sfondo la ricerca affannosa da parte dei belligeranti della possibile vittoria del conflitto: la realizzazione della prima bomba atomica.
Attraverso un costante riavvolgimento e avanzamento temporale della narrazione (che ci ha evocato le atmosfere de “La tenda rossa”, 1969, di Mikheil Kalatozishvili) il trio di protagonisti si fronteggia per tutta la durata della pièce, alternando e modificando i propri atteggiamenti e posizioni, con l’unica costante “opposizione” di Margrethe che - acuta come ogni donna innamorata - non si fida dei buoni propositi sbandierati da Heisenberg. Quello a cui assistiamo, oltre ad una ovvia (visti i nomi coinvolti) grande prova attoriale, è un racconto di storia, di fisica, ma soprattutto di esseri umani che, una volta dismessi i panni degli scienziati di fama mondiale, si comportano come tutti gli altri “normali” entrando in competizione e “ricercando”, per prima cosa, la soddisfazione del superarsi l’uno con l’altro, per raggiungere quell’affermazione personale che possa - come primo e fondamentale risultato – ottenere l’invidia di tutti gli altri competitor, arrivati obbligatoriamente “secondi”. Siamo spesso loro grati per aver reso le nostre vite migliori, ma non dobbiamo poi dimenticarci che sono esseri umani come noi, con grandi doti ma allo stesso tempo con normali pulsioni e debolezze.
Le varie motivazioni dichiarate da Heisenberg si arenano di fronte alla logica e inconfutabile disposizione della scacchiera drammaturgica. Le sue ipotesi vengono smontate dalla storia, ma soprattutto dalla debolezza dei suoi enunciati morali, che si infrangono contro le sistematiche e reali distruzioni operate dai nazisti e il disprezzo assoluto della vita altrui; la “soluzione finale” era già di concreta attuazione nel 1941, anche se la conferenza di Wannsee (con cui viene tecnicamente sancita l’eliminazione degli ebrei) avrebbe avuto luogo l’anno successivo (suggeriamo la visione di “Conspiracy”, 2001, di Frank Pearson). Inutile “piangere” sui bombardamenti e sulla incipiente distruzione della Germania, quando si aveva riservata la stessa sorte all’Inghilterra nell’anno precedente, con assoluto dispregio per la vita di donne, vecchi e bambini. Così come ci sembra veramente labile il suo convincimento che un semplice fisico - a capo di una parte della ricerca scientifica della Germania nazista – potesse essere in grado di convincere Albert Speer (l’architetto poi nominato ministro per gli armamenti, ma dal 1942), o addirittura Adolf Hitler, a rinunciare ad una ipotetica e invincibile arma di distruzione di massa (come la chiameremmo oggi), perché troppo costosa o complessa da realizzare. Quali sono quindi i veri motivi per i quali Heisenberg si è recato in visita ai Bohr? Cosa vuol sapere? Di cosa ha bisogno per proseguire nella propria ricerca?
La grande bellezza di Copenaghen è quella di essere un grande esercizio di stile teatrale, nelle mani (voci e volti) salde di tre eccellenti attori, in grado di consegnarci tanti frammenti di tante diverse emozioni. Al pari di un buon libro, o di un’opera shakespeariana, il testo si presta ad essere “riavvolto” e riletto più volte, riascoltato e assaporato nuovamente con il medesimo piacere. Artisticamente e tecnicamente si sfiora la perfezione assoluta, apprezzabile anche il lavoro di ripresa e regia televisiva di Claudia Di Toma (lo abbiamo recuperato su RaiPlay) che non si è sostituita a quella teatrale (di Mauro Avogadro), ma si è “semplicemente” messa al servizio dello spettatore non di sala, riuscendo a restituire anche se parzialmente (in teatro è sempre diverso!) la pienezza della visione. Al dramma inscindibile dal racconto si alterna anche il sorriso per la compiutezza dei caratteri mostrati e siamo sicuri che arrivati alla conclusione vi sarà anche logico applaudire, infischiandovene di essere di fronte ad un video. Noi abbiamo fatto così e non ci è sembrato per niente strano.
COPENAGHEN
di Michael Frayn
con
Umberto Orsini
Massimo Popolizio
Giuliana Lojodice
regia Mauro Avogadro
scene Giacomo Andrico
costumi Gabriele Mayer
luci Carlo Pediani
suono Alessandro Saviozzi
Produzione Compagnia Umberto Orsini e Teatro di Roma – Teatro Nazionale
in co-produzione con CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia
Si ringrazia Emilia Romagna Teatro Fondazione
foto Marco Caselli Nirmal
durata un atto unico da 100 minuti
direzione della fotografia Ugo Mantova
montaggio Davide Mirelli
regia televisiva Claudia Di Toma









