Il nipote di Rameau (recensione)

Con Il nipote di Rameau veniamo trasportati nell'epopea teatrale di un cortigiano del passato (siamo sicuri sia passato?)

Silvio Orlando in Il nipote di Rameau
m&s - Silvio Orlando in Il nipote di Rameau

Nella seconda metà del '700 Denis Diderot pubblica un dialogo satirico tra due personaggi. Nella seconda decade del 2000 Edoardo Erba e Silvio Orlando trasportano le tematiche ad oggi, ma rimanendo a "ieri".

E' un rapporto a due, un incontro che diventa costantemente confronto tra un uomo di cultura, un grande e illuminato pensatore come Denis Diderot (Amerigo Fontani) e un dichiarato cialtrone, Jean-François Rameau (Silvio Orlando), cortigano amorale e orgoglioso di esserlo, nipote del celebre compositore Jean-Philippe Rameau. Il nipote di Rameau si presenta in scena volutamente trasandato, ha i pantaloni sporchi, la barba non fatta (aspetta che diventi "dura" prima di farsela radere), il fazzoletto al collo sciolto e la parrucca impresentabile. Quanto contrasto con l'aria austera, elegante e formale del suo interlocutore. Ma a Rameau questo non interessa, anzi, si esalta nel farsi vedere così, l'unica cosa che importa è che Diderot paghi le birre che in sequenza vengono ordinate.

Rameau è apparentemente il perdente tra i due, come potrebbe un uomo che nella vita non ha mai aspirato a nulla essere in grado di tenere testa ad un intellettuale di questa portata? La risposta è semplice, basta mostrarsi per quello che si è, senza nascondere i propri vizi, le debolezze, a tratti la propria grottesca e fastidiosa bassezza, il disprezzo onestamente ostentato per gli altri. E per dare immediata dimostrazione di tutto ciò, Rameau si "improvvisa" ruffiano e porta subdolamente la giovane e avvenente Juliette (Maria Laura Rondanini), cameriera del Cafè de la Régence, dove i due si trovano, ad accettare di diventare una mantenuta, ovviamente rivelando con grandi risate che si sia trattato di un semplice esperimento, dimostrazione antropologica della "bassezza" che abiterebbe in ognuno di noi.

Diderot, al pari di un qualsiasi spettatore televisivo (fortunatamente non tutti!) si fa ammalliare dal "trash" del suo compagno di conversazione e ne approfondisce la conoscenza. Rameau è un godurioso, un infingardo, uno scroccone e leccapiedi, purtroppo però - a causa di una battuta poco felice e di un insolito e fievole alito di buon senso - ha perduto la propria preziosa sponsorizzazione gastro-economica, il suo "paradiso terrestre" e ora si trova a filosofeggiare sul genere umano, che sostanzialmente si divide in leccapiedi e leccati, con i primi assolutamente consapevoli della propria mediocrità e i secondi sensibili alle adulazioni di menti (e corpi) molto più piccole delle proprie. Divertente e molto realistico (specialmente se letto con gli occhi di oggi) il secondo esperimento cui viene sottoposta la povera Juliette, stimolata con un semplice "hai saputo che" a fare del pettegolezzo spicciolo e fastidioso, ai limiti della maldicenza, ovviamente nulla a confronto di quanto leggiamo su un social. Informata su tutto, ma assolutamente ignara di chi sia stato Voltaire (no comment).

Rameau ha un unico momento di "umanità", quando viene portato in scena il figlioletto Jean Philippe, ma subito dopo torna ad essere quello che è, cimentandosi in un racconto - il rinnegato e l'ebreo - che lascia amareggiato anche lo stesso Diderot, che finora si era ben volentieri prestato nel mettere a confronto le buone persone con le cattive, i geni con i "normali" (Se tutto quaggiù fosse eccellenza, non si sarebbe l'eccellenza), dissertando di Racine e di Socrate, cercando di far ammettere a Rameau che la sua è una studiata forma di "cattiveria". Ma un uomo di scienza potrebbe avere la meglio su di un capace affabulatore?

Un eccellente terzetto di attori (Amerigo Fontani ci ha ricordato il Renzo Palmer dei classici teatrali) e una intelligente e contemporanea riscrittura consegnano al pubblico un complesso adattamento che vive di nuova luce con innesti di contemporaneità (anche politica) che ogni spettatore è libero di notare o meno. Suggestiva la scelta registica di inquadrare le mani sul clavicembalo e la scena dal fondale, dando opportunità visive impossibili dalla normale platea (abbiamo visto lo spettacolo in streaming). Ci si obietterà che lo spettacolo dal vivo è altra cosa, sicuramente rispondiamo, ma ci sono alcune accortezze, come queste, che ne rendono la mancanza maggiormente sopportabile.

IL NIPOTE DI RAMEAU
di Denis Diderot
adattamento Edoardo Erba e Silvio Orlando
con Silvio Orlando, Amerigo Fontani, Maria Laura Rondanini
regia Silvio Orlando
clavicembalo Luca Testa
scene Giancarlo Basili
costumi Giovanna Buzzi
regia televisiva Felice Cappa
produzione Cardellino
durata 80 minuti, escluso intervallo

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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