Frankenstein (recensione)

In totale 3 milioni di visualizzazioni per il Frankenstein prodotto dal National Theatre di Londra

Benedict Cumberbatch / Jonny Lee Miller
m&s - Benedict Cumberbatch / Jonny Lee Miller (foto © Clare Nicholson)

Pronto sono Danny Boyle, parlo con il National Theatre?
Sì, mi dica Mr. Boyle
Senta per fare la regia del mio "Frankenstein", io avrei bisogno di un enorme parco circolare che al centro si apra per poter far salire le scene e all'occorrenza trasformarlo in un lago. Oltre a questo vorrei un cielo stellato con 3.500 lampadine a incandescenza. Ovviamente anche dall'alto devono poter scendere e salire parti della scenografia
Che cosa, in particolare?
Il cottage di De Lacey. Poi vorrei, se possibile, che nei primi 20 minuti ci fosse pioggia, fiamme vere e il passaggio di un treno steampunk sul palco.
Poi?
Mah, piccolezze, tipo la neve, il prato e i due Sherlock televisivi (quello britannico e quello americano) che si alternano nel ruolo di Victor Frankenstein e in quello della sua "creatura".
Si può fare. Ha bisogno di altro?

Abbiamo ovviamente scherzato, anche se la voglia di mandare una mail ai diretti interessati e chiedere se una conversazione del genere sia realmente avvenuta c'è venuta. Conoscendo la cortesia e professionalità degli uffici stampa teatrali britannici è pure possibile che ci avrebbero risposto.

Giochi a parte, quello che è innegabile è che il "Frankenstein" di Nick Dear, basato sul celebre romanzo di Mary Shelley, e diretto dal Premio Oscar Danny Boyle è qualcosa di difficilmente ripetibile, per ricchezza visiva, intensità scenica e qualità generale dell'allestimento. Un punto di arrivo? Probabilmente, anzi sicuramente no. Un modo di approcciare all'arte scenica con serietà e intelligenza, al quale molti dovrebbero guardare, almeno con deferente ammirazione, come hanno successivamente fatto gli spettatori dei cinema (finora più di 800.000) che hanno potuto vedere nelle sale quest'opera teatrale, nata e pensata anche per essere filmata e diffusa (e nel 2011 non si pensava minimamente al Covid-19). Un successo di pubblico che è partito lontano, nel 2009, e che finora ha incontrato gli applausi (non sarebbe la prima volta che lo si fa anche al cinema) di più di 10 milioni di persone, in 65 paesi. Nella settimana di streaming lo spettacolo ha comunque raccolto donazioni per più di 73.000 dollari.

La trasposizione firmata da Dear e Boyle si scosta dalle tante versioni cinematografiche, presentando la "creatura" (nel ruolo si alternano sia Jonny Lee Miller che Benedict Cumberbatch, dopo essersi sottoposti ad una sessione di trucco di circa 2 ore e mezza) abbandonata al suo destino da Victor Frankenstein. L'essere deforme, che non aveva chiesto di essere "riammesso" al mondo, viene scacciato dai "normali" esseri umani e finisce per trovare rifugio nella piccola casa di un cieco (Karl Johnson), un uomo sensibile che lo accoglie, lo sfama e lo istruisce (ci vergognano per un accenno di sorriso al loro primo incontro, la l'influenza di Mel Brooks è incancellabile, anche se in questo caso poco opportuna). Questa minima oasi di pace sarà destinata a vita breve, trasformandosi ben presto in tragedia dalla follia del Mostro, armata dalla cattiveria dell'umano. La vicenda si sposta poi a Ginevra, dove vive la famiglia - ignara di tutto - di Victor e dove verrà chiuso un patto tra la creatura e lo scienziato.

Che cosa ci è piaciuto di questo visionario allestimento? E' più facile raccontare quello che non c'è piaciuto: il non averlo visto, fisicamente a teatro, nel 2011, e sapere che non sarà più possibile. A parte questo, i due attori principali conferiscono al doppio ruolo tutte le proprie capacità, esaltate da una scena (di Mark Tidesley) che mostra a chi guarda (poco importa se da un piccolo o grande schermo) quanto sia possibile coniugare grandi possibilità economiche con ancora più grande inventiva e cura, perché avere soldi da spendere non sempre significa saperli ben investire. In questo adattamento prevale il punto di vista della "creatura", il suo profondo disagio nell'essere stato costretto a esistere, la sua solitudine (ci ha ricordato gli stessi sentimenti espressi in "The Elephant Man" di David Lynch), la quasi inevitabile trasformazione in "Mostro", perfettamente spiegata ad Elizabeth (Naomie Harris, da lì a poco la nuova Moneypenny della saga Bondiana). Tutti diventano vittima di qualcosa o qualcuno, senza via d'uscita o possibilià di riscatto dalla propria impossibile situazione. Da vedere, fuori di ogni dubbio, per rendersi conto che le grandi opere travalicano il medium su cui vengono offerte, sempre. Basta solamente modificare il nostro approccio e saperci aprire alle diverse forme di intrattenimento. Che poi alcuni lo sappiano trasformare anche in alti momenti di cultura e sensibilità è solo un pregio in più. "Grazie a tutti i nostri sorprendenti artisti che ci hanno permesso di condividere Frankenstein in questo maniera, così da accontentare i tanti appassionati che non possono entrare nei loro teatri". Non c'è bisogno di aggiungere altro, il grande teatro è anche questo.

FRANKENSTEIN
adattamento teatrale di Nick Dear
dal romanzo di Mary Shelley
con Benedict Cumberbatch / Jonny Lee Miller, Ella Smith, John Killoran, Steven Elliott, Lizzie Winkler, Karl Johnson, Daniel Millar, Naomie Harris, Jared Richard, George Harris, Ella Smith, Martin Chamberlain, Daniel Ings
regia Danny Boyle
scena Mark Tidesley
costumi Suttirat Anne Larlarb
disegno luci Bruno Poet
musiche Underworld
suono Underworld, Ed Clarke
produzione National Theatre
durata 2 ore, escluso intervallo

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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