Il Prestanome (recensione)

Si analizza un periodo storico che si è velocemente trasformato in un'ossessione politica e culturale. Ne siamo fuori?

Antonello Avallone
m&s - Antonello Avallone è Howard

Sulle macerie e i milioni di morti di una Seconda Guerra Mondiale, che non si è ancora conclusa, due compagini, ancora apparentemente alleate, si scontrano silenziosamente per il predominio politico di quel poco che ancora rimane in piedi. Malgrado le apparenze, lunghe mura costruite e poi abbattute, facili quanto inutili dichiarazioni di intenti, ci troviamo ancora a un punto morto. Ed è probabile che sarà così ancora per molti decenni, ma torniamo al 1953.

New York, Howard (Antonello Avallone) cerca di integrare il proprio lavoro di cassiere in un bar piazzando scommesse clandestine che lo vedono maggiormente soccombere e nella difficoltà di fare fronte ai suoi impegni economici. La particolare situazione debitoria potrebbe anche evolversi in maniera tragica (viste le costanti minacce del suo principale creditore), se non intervenisse il fratello cui Howard chiede continui piccoli prestiti, ma che comunque non potrà intervenire in eterno.

Occorre trovare, rapidamente, una soluzione, che si materializza nella figura di Alfred (Roberto Attias), un vecchio amico di infanzia. L'uomo è uno sceneggiatore caduto in disgrazia, perché inserito nella black list di Joseph McCarthy, senatore repubblicano fautore di una potente sottocommissione investigativa (in altri periodi e in altre nazioni un'organizzazione analoga è stata chiamata Inquisizione) impegnata in una assurda crociata - tutta stelle, strisce e mano sull'incolpevole Bibbia - contro l'ideologia comunista. In una nazione che ha fatto della libertà di espressione il proprio ostentato baluardo contro l'oscurantismo internazionale, un simile atteggiamento non è solamente ridicolo, ma gravissimo, specialmente per le conseguenze che storicamente e tangibilmente ne possono e ne sono derivate. Sul palco ne è dimostrazione quanto succede a Hecky (Maurizio Castè).

Alfred è attualmente senza lavoro, rifiutato da tutti gli studios televisivi e non per propria incapacità, l'unica soluzione possibile è che Howard finga di essere un nuovo talentuoso autore, firmi i copioni prodotti dall'amico e ne divida così i proventi. Un lavoro molto facile, non deve fare nulla, solo stare molto attento a non tradirsi mai con nessuno. Howard naturalmente accetta e vede immediatamente risollevarsi la propria situazione finanziaria. Ai soldi si aggiunge anche una certa notorietà e la frequentazione dello show business americano, diversamente inaccessibile per un oscuro cassiere. I produttori corteggiano Howard, nuova stella della macchina da scrivere autoriale (anche se dubitiamo che negli uffici di interesse ci fossero strumenti Olivetti) e il "prestanome" ha così anche l'opportunità di corteggiare Florence (Elettra Zeppi), anche assecondandone le più che giustificate aspirazioni di libertà universale di pensiero. Gli appetiti economici di Howard crescono al pari della sua silenziosa fama tra gli autori messi al bando, i copioni crescono come gli assegni che piovono copiosi, fino alla inevitabile attenzione di uno dei tanti ottusi (quanto colpevoli, perché consapevoli) inquisitori al soldo della famigerata commissione.

Il testo portato in scena proviene dal cinema e rimarca l'attenzione di Avallone nei confronti di Woody Allen (e come dargli torto?), anche se in questo caso il film di riferimento, The Front (1976), ha visto l'artista 4 volte Premio Oscar solo nei panni (molto convincenti) dell'attore. Il bellissimo soggetto è stato infatti scritto da Walter Bernstein e la regia è stata firmata da Martin Ritt (entrambi presenti nella famigerata lista). Suggeriamo ai lettori che non lo hanno visto di recuperarlo su una delle piattaforme di streaming. Meritate le candidature a Bafta, Golden Globe, Oscar e WGA.

La versione teatrale italiana - abbiamo assistito al suo debutto - ha ancora bisogno di essere meglio calibrata, specialmente nella sezione tecnica e fare, a nostro parere, altre repliche di rodaggio per permettere così al pubblico italiano di usufruirne con la necessaria fluidità per conoscere, apprezzare o scoprire (perché la polvere si nasconde rapidamente sotto il tappeto quando arrivano gli ospiti) un periodo oscuro di vessazioni operate nei confronti di tanti innocenti, colpevoli solo di aver avuto idee diverse dal pensiero predominante. È proprio vero che l'uomo non impara mai dai propri precedenti errori, ma se almeno non si ostinasse così caparbiamente nel commettere sempre gli stessi.

Compagnia delle Arti
presenta
Antonello Avallone                      
in
IL PRESTANOME
dall’omonimo film di Walter Bernstein
versione teatrale di Antonello Avallone
con Elettra Zeppi, Maurizio Castè, Roberto Attias, 
Stefano Santerini, Giuseppe Renzo, Flaminia Fegarotti 
scene e costumi Red Bodò 
regia Antonello Avallone
durata due atti da circa 2 ore

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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