Spoon River (recensione)

Il prezioso intreccio tra letteratura, musica, danza e ottima recitazione prode un'alchimia altrimenti difficile

Ugo Dighero in scena
m&s - Ugo Dighero in scena (foto © Bepi Caroli)

Se tra gli ingredienti di questa alchimia ci sono Edgar Lee Master, Fernanda Pivano e Fabrizio De André, trattati con la sensibilità di un regista di prim'ordine quale è Giorgio Gallione, allora non solo è possibile, ma quella sera a teatro sarà diventata una occasione - rara e preziosa - per cibarsi di  cultura alta e necessaria. Ci riferiamo a Spoon River, dove, per rappresentare la vita dopo la morte, tutto è capovolto, eppure tutto è in ordine, compresa la trasformazione dello spazio scenico, disegnato in modo che la platea sia un bosco metafisico che accoglie le anime nel cimitero sulla collina. Il palco, invece, accoglie gli spettatori sistemati su una tribuna.

La genesi letteraria che ne ha ispirato la traduzione drammaturgica è nota. Parte da Edgar Lee Master che pubblica una raccolta di poesie, l’Antologia di Spoon River, tra il 1914 e il 1915. Sarà la successiva traduzione di  Fernanda Pivano a fornire la giusta ispirazione a Fabrizio De André che nel 1971 pubblica: “Non al denaro non all'amore né al cielo”, per le musiche di Nicola Piovani, e nelle note di copertina dichiara: “siamo usciti dall'atmosfera della morte per tentare un'indagine sulla natura umana, attraverso personaggi che esistono nella nostra realtà, anche se sono i personaggi di Masters”.

A rivendicare la firma di De André ci pensa Ugo Dighero che introduce lo spettacolo recitando i versi de “Il fumatore”, lode che Michele Serra dedicò al poeta genovese nell’anno della sua morte: “quelli che vengono a trovarmi in collina non dimenticano di portarmi sigarette. Le fumano, alla mia salute, i vagabondi e quando non le fumano loro comunque si accendono di notte, a Staglieno, come fiori di brace”. Se il cimitero di Staglieno è diventato - per i fan di De Andrè - il "Père Lachaise di Genova", è sulla collina in riva al fiume di Spoon River che bisogna salire per ritrovarne alcuni dei personaggi cantati nel disco. Trainor il farmacista, ed i suoi esperimenti, lo scemo del villaggio che impara a memoria l’enciclopedia britannica, il medico ciarlatano e imbroglione, il malato di cuore cui l’anima sfugge via dalle labbra mentre bacia l’amata, il Giudice Lively e la sua statura, il Suonatore Jones e la sua ballata. Tutti, ora che sono anime vaganti, liberi di poter raccontare quello che da vivi non hanno mai potuto narrare. Epitaffio da morti, sì, che diventa pensiero lucido di vivi.

Per raccontare della commovente bellezza di questo spettacolo, non è sufficiente narrare della genesi letteraria che ne ha ispirato la traduzione drammaturgica, ma è importante tracciarne una meritata elegia di tutto l’insieme, laddove l’interpretazione artistica è densa di teatro-danza-musica e la splendida coreografia, curata da Giovanni De Cicco, insieme alle scene e ai costumi di Marcello Chiarenza non sono solo supporto, ma diventano anche loro parte del tutto. In una parola: la scena è narrazione e sul palco prende forma un racconto corale, senza tempo, che è figlio della visione di De André, interessato ad indagare l’anima e non la biografia dei personaggi. Più De André che Edgar Lee Master e la sua idea su che cosa vuol dire sognare: “voglio dire pensare nel modo in cui si è costretti a pensare dopo che il sistema è intervenuto a staccarci decisamente dalla realtà”.

A voler star dietro alle storie dei singoli personaggi, c’era il rischio di disegnare tanti affreschi scenici disuniti e restituire semplicemente una antologia di ritratti. Un rischio tangibile ma evitato, con maestria, dal regista, che ha già frequentato la poetica di Faber in diverse altre occasioni e grazie alla bravura degli attori che diventano tutt’uno con i sei danzatori. Tutto il cast è impegnato - seguendo un ritmo frenetico - ad animare la collina, per regalarci una delle più intense visioni di questa stagione teatrale, alle sue ultime battute. L’epilogo, come il prologo, è ancora un omaggio diretto a De André, questa volta con il recitato di “Quello che non voglio”, un testo che Stefano Benni che aveva scritto per lui: “io non voglio, non voglio morire. E a morire non riuscirò mai”. Mai più facile profezia, mai più vera.

SPOON RIVER
da Edgar Lee Masters e Fabrizio De André
regia Giorgio Gallione
con Elsa Bossi, Ugo Dighero, Rosanna Naddeo, Giorgio Scaramuzzino
danzatori Luca Alberti, Angela Babuin, Filippo Bandiera, Massimo Cerruti, Eleonora Chiocchini, Francesca Zaccaria
coreografia Giovanni Di Cicco
scene e costumi Marcello Chiarenza
musiche originali Mario Arcari
luci Aldo Mantovani
produzione Teatro Nazionale di Genova in collaborazione con Deos

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