I(n)stanze (recensione)

Tra luce, corpo e conflitto interiore

I(n)stanze
m&s - I(n)stanze (foto © Emiliano Piemonte)

C’è un respiro che apre I(n)stanze e che continua ad accompagnarci fino alla fine. Un suono registrato, profondo, che non svolge una funzione illustrativa ma stabilisce una condizione percettiva. È una presenza costante, quasi un fondale invisibile, che impone un tempo sospeso, notturno, come se l’intera performance fosse attraversata da uno stato di insonnia vigile, privo di tregua.

Lo spazio scenico emerge inizialmente dal buio. Una torcia, con un effetto che richiama la luce di Wood, intercetta una corda tesa che la performer attraversa in equilibrio. Non si tratta di un’azione narrativa né di un’immagine simbolica da decifrare, ma di una situazione fisica che si impone subito come chiave di lettura: il disequilibrio come condizione, l’attraversamento come necessità.

Ai due estremi della scena si rivelano due totem in legno che, accendendosi, mostrano immagini cliniche: una tac cerebrale e una radiografia toracica. Il riferimento scientifico è immediato, ma non diventa mai esplicativo. Quelle immagini non guidano lo sguardo, piuttosto delimitano un campo di forze ben riconoscibile, rendendo chiara la polarità che struttura l’intero impianto scenico.

In questo spazio rigoroso si impone con decisione la presenza di Sara Lisanti. La sua è una presenza solida, sorretta da una preparazione fisica evidente. Il corpo, allenato e preciso, non cerca mai l’esibizione, ma sostiene l’intero dispositivo della performance. Le garze e le fasciature che ne segnano alcune parti restituiscono una fragilità concreta, mai decorativa, che convive con il controllo del gesto. Qui il corpo non rappresenta: assume, trattiene, media.

La chiarezza del lavoro emerge proprio da questa centralità dell’azione fisica. La storia c’è ed è leggibile, pur senza passare da una narrazione tradizionale. Il conflitto si costruisce attraverso relazioni spaziali, opposizioni, attraversamenti. Non è necessario seguire una trama nel senso classico per orientarsi: la logica interna della performance guida lo spettatore, rendendo il percorso comprensibile e coerente.

Le luci svolgono un ruolo determinante. Non accompagnano la scena, la generano. Le torce, manovrate direttamente dall’attrice — talvolta anche sulla fronte — diventano estensioni dello sguardo e strumenti di attivazione. Il disegno luci lavora per accensioni nette, isolamenti, separazioni improvvise, trasformandosi in un vero e proprio agente drammaturgico. Anche le voci fuori campo, cuore e cervello, esistono solo quando vengono illuminate: non sono mai fisicamente presenti, eppure agiscono come presenze concrete, chiamate in causa da un gesto preciso.

Il paesaggio sonoro contribuisce in modo sostanziale alla tenuta della performance. Battiti, rumori, stratificazioni e interventi musicali costruiscono una pressione costante, incidendo sull’ascolto più che accompagnandolo. Il suono agisce come forza attiva, mantenendo alta l’attenzione e alimentando la dimensione percettiva del lavoro.

In dialogo con le musiche si sviluppa anche un’azione fisica particolarmente incisiva legata all’uso delle corde. Qui il gesto non segue il suono, ma lo attraversa e lo contrasta. La performer si misura con un elemento che oppone resistenza, che trattiene, che costringe a un confronto diretto. Ne nasce una relazione aspra, quasi un corpo a corpo, in cui le corde diventano vincolo, ostacolo, materia viva con cui negoziare continuamente. Questa dinamica rende visibile la fatica del tenere insieme, del non cedere, del restare.

Particolarmente efficace l’intervento della lampada stroboscopica, che introduce una frattura improvvisa del ritmo. Non si tratta di un effetto spettacolare fine a sé stesso, ma di uno scarto percettivo netto, capace di spezzare la continuità e costringere lo sguardo a riorganizzarsi, rimettendo in discussione ogni apparente equilibrio.

Solo a fine spettacolo, attraverso le parole dell’autrice e performer, emerge un dettaglio che retroagisce sull’intera visione: cuore e cervello presenti in scena sono organi reali, animali, provenienti da una mucca. Un’informazione che non modifica ciò che si è visto, ma ne intensifica la densità, restituendo al lavoro una concretezza ulteriore, quasi brutale, che conferma la coerenza dell’intero impianto.

I(n)stanze si configura così come una performance di forte impatto visivo, sostenuta da una preparazione fisica solida e da una struttura narrativa chiara, pur non convenzionale. Un lavoro che non cerca scorciatoie emotive né spiegazioni rassicuranti, ma affida la propria forza alla precisione del gesto, alla coerenza del dispositivo scenico e alla capacità di rendere leggibile un conflitto che, pur restando interno, appartiene a tutti.

I(N)STANZE
di e con Sara Lisanti 
musiche Matteo Allegra
voci Mario Capone e Mauro Marigliano
regia, scenografia, costumi Sara Lisanti
durata 45 minuti

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
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