Sai che ti dico? Io adesso mi siedo qui in platea e lo aspetto. Tanto questo Godot, prima o poi da un palco ci passa sicuramente.
Cosa comporta mettere in scena uno tra i più grandi classici della drammaturgia mondiale? Cosa si ricerca sopra il palco? e cosa ci si attende sotto? Le domande che ci possiamo porre nel momento in cui - comodamente seduti in platea - stiamo per assistere alla rappresentazione dell'opera più celebre di Beckett possono essere tante, ma anche nessuna. Di sicuro chi deve affrontare lo spettacolo per scriverne la recensione ne ha sicuramente una, e per di più fondamentale: dopo che cosa scrivo?
Se lo spettatore pagante è semplicemente in "attesa" di una buona prova artistica, di una messa in scena credibile e poetica, ma allo stesso tempo visionaria e suggestiva, così come la compagnia teatrale è chiamata a misurarsi con l'apparente mancanza di senso compiuto, dovendo conferire in voce e gesti pienezza interpretativa, con l'approccio, contemporaneamente sfrontato e sussiegoso; un atteggiamento che ci si "attende" portando al pubblico, anche nel XXI secolo, una delle opere più significative del recentissimo Novecento e della drammaturgia tutta.
E' dovendo, invece, affrontare in forma critica (eccessivo!) e analitica la lunga "attesa" senza soluzione che possono nascere i maggiori problemi. Se Beckett diventa una sorta di banco di prova per le professionalità e qualità attoriali e registiche, ma gli interpreti e il direttore coinvolti hanno esperienze tali da non sentirsi in difficoltà (almeno loro!), è ancora più ostico il compito, se si deve cercare un qualcosa di minimamente intelligente da scrivere, alla disperata (con moderazione) ricerca di un punto di vista non ancora troppo esplorato, stando attenti a non essere tacciati di superficialità o impreparazione (o di entrambe), o peggio ancora di essere un recensore "pigro" (ma guarda, ce ne sono!) e di aver addirittura copiato, spostando qualche frase o modificando un tempo verbale (succede anche questo).
Anche l'escamotage del racconto narrativo diventa difficilmente percorribile, vista l'estrema popolarità delle vicende di Vladimiro (Pietro De Silva) ed Estragone (Felice Della Corte). Puntare l'accento, allora, sulla particolare atmosfera circense espressa da Pozzo (Riccardo Barbera) e Lucky (Roberto Della Casa) o sul loro indissolubile legame? “Beh, come situazione non è che sia nuovissima. Ci aveva già pensato fortunatamente meglio di me Fellini con I vitelloni… Nei Vitellini di Felloni, sì appunto. O no?” (cit.) Anche questo meglio di no, quindi.
Di conseguenza l'unica strategia, forse, applicabile è quella di porsi davanti alla scenica "attesa", dimenticando ogni forma di studio possibile, con gli occhi puri del bambino del secolo scorso, che vede di fronte a lui una giostrina animata e colorata. Il bimbo non ha bisogno di mediazioni culturali per il suo approccio diretto, quello che vede e quello che sente lo soddisfano già pienamente. Non se ne chiede il perché, è così e questo gli basta. Non osserva i bei toni crepuscolari, l'attento lavoro sulla voce del cast artistico, la sincronica evoluzione di un movimento così veloce da essere completamente statico.
Quegli "oggettini" in movimento (gli attori, necessaria puntualizzazione a destinazione solo degli adulti) e parlanti rappresentano un gioco per lui semplice da comprendere, che non ha la necessità di un percorso logico - e chi dice poi che non lo abbia? - e che non deve obbligatoriamente avere un inizio e una fine, o il rispetto di una tridimensionalità usuale. Il bimbo si diverte "passandosi" il cappello assieme a loro, gioca e ride, senza farsi domande.
L'adulto cerca significati, profondi o meno, cerca risposte a domande, pretende che la lunga "attesa" trovi poi un giustificativo a tanta sua pazienza. Il bambino no, il bambino si accontenta di essere partecipe a quello che vede. Non ha domande cui il Teatro deve fornire risposte, ha solo voglia di essere sulla giostra, di rotolarsi tra i suggestivi elementi della scenografia, ammira il bellissimo albero di scena - sapiente lavoro di un bravo artigiano (Danilo Ciancolini) su indicazioni del regista - che protegge i suoi pensieri. Le fronde metalliche che sussurrano quasi a tempo di musica. Il bimbo si siede in terra, assieme a Ragazzo (Francesca Cannizzo), con cui, anche per vicinanza anagrafica, quando è ora, dividerà la sua merenda, preparata con pazienza e previdenza da una mamma - quella del secolo scorso - che non conosce la velocità della "merendina" avvolta nella plastica, ma che sa che "pane e olio" o "pane e zucchero" piacciono sempre a tutti.
Il bimbo rimane quindi seduto in scena, con i suoi nuovi compagni di gioco e "aspetta", assieme a tutti loro, tanto - prima o poi - Godot da quel palco, o da un altro, ci deve passare. E se non lo facesse mai? Fa nulla, c'è sicuramente il modo e il tempo di inventare un nuovo gioco. La fantasia è come un'opera teatrale: si interrompe per rispettare un applauso, ma poi riprende, sempre. E quando finisce e si chiude il sipario è solo per il tempo necessario a riaprirlo ancora una volta, per una nuova rappresentazione.
ASPETTANDO GODOT
di Samuel Becket
con Felice Della Corte, Pietro De Silva, Riccardo Barbera, Roberto Della Casa e Francesca Cannizzo
musiche originali Massimiliano Pace
regia Claudio Boccaccini
luci e fonica Alessandro Pezza
costumi Lucia Mirabile
aiuto regia Marzia Verdecchi







