L'idea progettuale alla base di Omaggio a Caruso è sicuramente molto interessante: restituire a chi non lo conosce, praticamente dai Millennials in poi (con la sola esclusione della canzone di Lucio Dalla), l'essenza personale e artistica del grande tenore italiano, interprete assoluto del "bel canto" nella prima decade del secolo scorso. Per fare questo, per percorrere le due strade, parallele tra di loro, si è scelto di farlo con due diverse figure e due diversi racconti: l'omaggio musicale da parte del pianoforte di Danilo Rea, in grado di spaziare fra tutto quello che è stato scritto e che ruota attorno al tema Caruso, dalle arie d'opera alla canzone napoletana e quella contemporanea; l'altro omaggio, quello recitato, è invece affidato alla presenza scenica di una brava attrice, Barbara Bovoli, che si fa interprete e narratrice in prima persona di Doroty Park, moglie americana degli ultimi tre anni di vita del tenore, portando alla luce il lato meno conosciuto, ma non per questo meno interessante, considerando la figura esaminata.
I due quadri della stessa rappresentazione scorrono senza quasi intersecarsi, mantenendo distinta la musica dalla parola. Il silenzio assoluto del pubblico, abbiamo assistito allo spettacolo in una sala teatrale abbastanza raccolta, ha rispettato entrambi. Danilo Rea, sperando che non sia eccessivamente scioccato dalla nostra similitudine, ci ha suscitato l'impressione della "banda suona il rock e tutto il resto all'occorrenza" di Fossati, perfettamente a suo agio nel riarrangiare e reinterpretare - pianoforte solo - qualsiasi brano avesse la pur minima attinenza con Caruso. Barbara Bovoli ha tenuto perfettamente in riga il monologo al femminile, fornendo le corrette intonazioni e sfumature alla seppur breve vita famigliare della coppia, il tutto iniziato con l'acquisto di un disco. Così come puntualizzato nelle note di regia, di Alessandra Pizzi, che hanno accompagnato la comunicazione dello spettacolo: L’idea mi è venuta in mente leggendo uno dei tanti episodi sulla vita di Caruso che nel 1903, contravvenendo al rigore dell’epoca e al giudizio della critica, fu tra i primi artisti, in assoluto il primo interprete lirico, a “consegnare” la sua voce alla modernità, incidendo il primo disco in vinile.
Da questo acquisto, letto con gli occhi di oggi normale, come tanti altri negli anni a venire (fortunatamente stiamo tornando ai negozi e alla musica non più liquida) nasce una storia di amore e di vicinanza, di musica e di affetti, per l'arte e per il mondo artistico, difficile per la differenza di età tra i due protagonisti e difficile per la società dell'epoca (ma non è che a Maria Callas, molti anni dopo, sia andata meglio). E la sottolineatura della musica nei momenti più importanti.
Fermo restando anche l'aspetto marginalmente didattico dell'Omaggio a Caruso, quello che a nostro parere non si è riusciti ad amalgamare al meglio è il passaggio di testimone tra racconto musicale e racconto recitato, ovviamente salvaguardando le due interpretazioni, entrambe senza sbavature. Il raccordo è però risultato troppo netto, quasi come se l'innesto della musica interrompesse il flusso di parole e viceversa, malgrado il finale i due interpreti si siano riaccostati. In ogni caso, dopo, siamo andati a fare ricerche in Rete, per approfondimenti e altri aneddoti, quindi il risultato di farci apprezzare una voce quasi dimenticata, anche se consegnata alla storia, lo si è ottenuto, anche se il mare non luccica e non ci troviamo davanti al golfo di Surriento.
OMAGGIO A CARUSO
idea progettuale e drammaturgia Alessandra Pizzi
con Danilo Rea, pianoforte
con Barbara Bovoli, voce narrante
regia Alessandra Pizzi









