Vita di San Genesio (recensione)

Gli attori ci accolgono nel foyer, in costume distribuiscono i fogli della funzione "teatrale"

Vita di San Genesio
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È un gesto semplice, che orienta lo sguardo: non siamo davanti a uno spettacolo che inizia sul palco, ma a qualcosa che prende forma già prima, in una dimensione condivisa.

Quando prendiamo posto, la scena è essenziale: un altare centrale, un libro, una disposizione che richiama la liturgia. Sul fondale, luci circolari a diverse altezze evocano aureole sospese. Tutto è riconoscibile, ma già leggermente spostato. I costumi definiscono una linea chiara. Il viola, colore raramente utilizzato in scena anche per le note dicerie teatrali, richiama le casacche, le tuniche della liturgia, contribuendo a un’immagine coerente.

Una campana segna l’inizio. Il canto ecclesiale apre lo spazio e rivela subito la qualità vocale degli interpreti. Entrano in processione dalla platea, attraversano il pubblico, lo includono. Da quel momento, la distanza tra scena e sala si riduce fino quasi a scomparire. Ci troviamo dentro una funzione: non è più chiaro se stiamo assistendo o se siamo già parte di qualcosa che ci riguarda.

Ci alziamo, ci sediamo, rispondiamo. Ripetiamo formule. La platea resta illuminata, esposta. Non assistiamo soltanto: partecipiamo. I corpi in scena e quelli in platea sembrano appartenere allo stesso spazio, senza più una vera separazione. La struttura è chiara e regge, sostenuta da un ritmo preciso e da un lavoro attoriale compatto.

I tre interpreti - sempre presenti, sempre in ascolto - sostengono l’intero spettacolo con continuità e misura. Oltre alla tenuta attoriale, emerge una preparazione completa: cantano, suonano, attraversano i diversi registri senza perdere equilibrio. Il microfono non è solo uno strumento tecnico, ma parte della recitazione: le voci si trasformano, si distorcono, diventano a tratti predica.

È in questo spazio che prende forma il riferimento a San Genesio, santo patrono degli attori, dei guitti, dei giullari. Attore e mimo nella Roma di Diocleziano, chiamato a parodiare un sacramento, attraversato da una visione improvvisa fino a trasformare la finzione in verità, fino al martirio. Una figura che qui non viene raccontata in modo lineare, ma evocata come possibilità: cosa accade quando, dentro la rappresentazione, qualcosa sfugge e diventa reale?

Lo spettacolo si sviluppa come una celebrazione che progressivamente devia. La regia costruisce un percorso chiaro, pur lasciando alcune parti volutamente aperte. Il rito millenario si mescola con il linguaggio contemporaneo, con il pop, con elementi che appartengono a un immaginario più recente. La narrazione teatrale si scioglie nei codici della performance, mentre il dialogo con il pubblico resta costante, diretto, mai ornamentale.

Dentro questa struttura si inserisce una riflessione più ampia. Una sensazione diffusa di inadeguatezza attraversa il lavoro: il tempo che non basta, le soluzioni che arrivano tardi, il tentativo continuo di aggiustare ciò che sfugge. In questo scenario, il gesto del miracolo appare come un’ipotesi estrema, forse l’unica ancora non completamente consumata. Non tanto come atto religioso, quanto come bisogno.

I cambi d’abito avvengono in scena, in modo visibile, come parte del rito. Le musiche accompagnano e sostengono, mentre elementi inattesi - una sigla pop trasformata in canto, strumenti semplici come kazoo, maracas, ukulele - aprono ulteriori slittamenti. Anche il coinvolgimento diretto di una spettatrice si inserisce senza forzature, prolungando quella comunità temporanea che lo spettacolo costruisce.

I monologhi mantengono una linea coerente, tra ironia e urgenza. La scrittura, firmata dallo stesso regista, è densa e incisiva, capace di aprire più direzioni. In alcuni momenti, tuttavia, questa ricchezza sembra non trovare una sintesi pienamente compatta. A poco a poco si aggiungono elementi: i segni restano, ma cambiano funzione. Poi il cambio.

Le luci accompagnano con precisione l’intero percorso. Oltre alla platea illuminata e ai led sul fondale, l’uso di penombre, coni di luce ed effetti più netti - fino a momenti quasi stroboscopici - sostiene i cambi senza forzarli. Nel passaggio finale, l’atmosfera vira verso un immaginario da discoteca: il suono si amplifica, entra il fumo, compare una consolle. Il rito si trasforma, si contamina, si disperde. Eppure, anche in questa deviazione, qualcosa continua a resistere.

Il vino e il pane tornano, ma in forma inattesa: la cassetta delle ostie si rivela una cantinetta frigorifera, un gesto semplice che non spiega ma sposta. Quando arriva la frase finale — “lo spettacolo è finito, andate in pace” — ci accompagna fuori da una funzione che, per un tempo limitato, abbiamo attraversato insieme.

Vita di San Genesio si muove su un confine instabile, tra racconto e partecipazione, tra rito e parodia, tra bisogno e smarrimento. È uno spettacolo che coinvolge e, a tratti, destabilizza. E proprio in questa instabilità trova la sua forza, pur senza sempre trovare una forma pienamente compatta.

Resta una domanda: se davvero il miracolo è l’unico gesto ancora intatto, siamo ancora in grado di riconoscerlo quando accade?

Vita di San Genesio
testo e regia Alessandro Paschitto
‍con Mattia Lauro, Raimonda Maraviglia, Francesco Roccasecca
‍scene Sara Palmieri
‍costumi Rosario Martone
musiche Renato Grieco
‍disegno luci Carmine Pierri
foto Ivan Nocera
‍un progetto Ctrl+Alt+Canc
‍produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
‍con il sostegno di Teatrodel Carro / Residenza MigraMenti, Carrozzerie n.o.t – residenza produttiva, Toscana Terra Accogliente 2024 – Residenze
Kanterstrasse, Pilar Ternera, Officine Papage, Teatrino dei Fondi
durata 75 minuti, atto unico

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
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