Ci siamo trovati di fronte a una scena che, già prima che la parola prendesse forma, sembrava raccontare. Una sedia al centro, una porta che muta colore, due lampadari sospesi come presenze discrete e un cerchio di oggetti in plastica, apparentemente insignificanti, ma illuminati da una catena luminosa che ne sottolinea la presenza. Lì, seduto quasi sempre, Ascanio Celestini ci guida dentro un museo che non esiste, e che proprio per questo contiene tutto.
Museo Pasolini è un’opera che non si lascia catalogare facilmente. È teatro, certo, ma è anche narrazione, racconto, documento, provocazione. È un monologo che si fa molteplice. Perché ogni oggetto evocato – reale o immaginario – apre una storia, un’epoca, un interrogativo. E ogni interrogativo ci riguarda. Perché il museo che Celestini costruisce sulla scena non espone soltanto il poeta Pier Paolo Pasolini, ma il secolo intero in cui è vissuto. E lo fa interrogandolo attraverso una serie di domande essenziali: qual è il pezzo forte del Museo Pasolini? Quale oggetto dobbiamo cercare, recuperare, proteggere, raccontare?
Il viaggio che compiamo con lui è tutto fuorché cronologico, anche se alcune tappe della vita del poeta vengono rievocate. Dalla prima poesia scritta a sette anni fino al corpo riverso su un prato all’Idroscalo di Ostia, ogni “reperto” è una fenditura nella narrazione storica ufficiale. Casarsa, il Partito Comunista, Piazza Fontana, il cassetto della memoria collettiva: ogni elemento si lega all’altro con la precisione poetica e politica del pensiero di Celestini. E se Pasolini diventa oggetto e soggetto del museo, l’Italia – quell’Italia del Novecento troppo in fretta archiviata – diventa il vero imputato. Il vero responsabile. Perché alla fine, quando si cerca il colpevole della morte di Pasolini, Celestini non ha dubbi: è il secolo.
Ma non siamo davanti a una lezione di storia. Siamo dentro un quadro animato, lo abbiamo sentito con forza. Un’installazione vivente. È come se lui, Celestini, seduto al centro di quella scena spoglia, fosse il quadro parlante del museo. Uno di quelli che si animano per raccontare ciò che non possiamo leggere nei cartellini. Solo che il suo racconto non è neutro, né mai nostalgico. È affilato, visionario, tenero e spietato insieme. Parla attraverso chi ha conosciuto Pasolini e chi no, chi l’ha odiato e chi l’ha immaginato. E così facendo, ci obbliga a scegliere: cosa vorremmo conservare di lui? Cosa ci riguarda ancora oggi?
La scenografia è ridotta all’essenziale (come in molti altri suoi spettacoli), eppure ogni elemento è significativo. La sedia è il centro fisico e simbolico del racconto. Da lì Celestini si alza raramente, ma non smette mai di muoversi al suo interno. La porta sul fondo cambia colore, come se registrasse il passaggio del tempo, o lo stato d’animo della narrazione. I due lampadari pendono come stalattiti emotive. Gli oggetti di plastica – che potrebbero appartenere a un deposito di cose perdute – assumono un’aura museale grazie alla luce che li circonda.
In mezzo a tutto questo, c’è la voce. E una linea musicale sottile e persistente, come un controcanto emotivo che accompagna il racconto, senza mai sovrastarlo. Una presenza sonora discreta, che tiene insieme i frammenti di memoria evocati, come un filo che si muove tra poesia e inquietudine.
Celestini non recita, racconta. Ma il suo modo di raccontare è teatrale nel senso più alto: tiene sospesi, seduce, costruisce immagini nitide, fa vibrare il linguaggio. Non c’è orpello, ma c’è una grande maestria nel disegnare le pause, nel scegliere le parole, nel tenere il filo tra la dimensione privata e quella collettiva. Il Pasolini che emerge non è agiografico: è umano, contraddittorio, profetico, scandaloso, fragile. E proprio per questo attuale.
Abbiamo ascoltato e visto questo spettacolo come si guarda una reliquia che parla, come si ascolta una storia che ha ancora domande da fare. Perché Museo Pasolini non ci consegna risposte, ma ci pone davanti alla responsabilità del ricordo. E ci ricorda che la memoria, se non è attiva, è solo un’esposizione di oggetti morti. Qui invece tutto vive, anche ciò che è scomparso.
E se per un’ora e mezza circa siamo rimasti fermi, assorti, in ascolto, è perché Celestini non ha mai ceduto un attimo. Ha mantenuto alta l’attenzione, ci ha condotto con rigore e umanità dentro una galleria che somiglia a un pezzo del nostro inconscio collettivo. Ne siamo usciti portandoci via una domanda, un’immagine, forse un oggetto. E la certezza che questo museo immaginario, più reale di tanti altri, non smetterà di parlarci.
Fabbrica srl
presenta
MUSEO PASOLINI
di e con Ascanio Celestini
voci Grazia Napoletano e Luigi Celidonio
musiche Gianluca Casadei
suono Andrea Pesce
luci Filip Marocchi
durata un atto unico di circa 85 minuti







