Preferirei di no. Quante volte avremmo voluto dire questa frase e anche pronunciandola abbiamo poi compiuto l’azione che non avremmo voluto fare?
Un ambiente casalingo, presumibilmente una casa in campagna. Fuori diluvia. Entra una donna, Teresa (Ivana Monti) abbastanza turbata dal meteo, che comincia ad aggirarsi per il tinello in “cerca di qualcosa” da fare per ammazzare il tempo. Il telefono è isolato e “non è una bella giornata per una metereopatica”. Meglio mettersi a fare una torta per usare le uova che le galline sfornano in gran quantità. È una donna di dignità ma sicuramente attenta a tutto fuorché al proprio aspetto fisico. Pulita, ordinata, ma senza fronzoli, in un abbigliamento “da casa” che non prevede ospiti. Ed invece ecco che suona qualcuno. Qualcuno che lei invita ad entrare senza neppure preoccuparsi di guardare chi possa essere. “Avanti, c’è la chiave sulla toppa” dice, e con quell’invito capiamo che inconsapevolmente invita anche il pubblico ad entrare nella vicenda.
E così, insieme a Diana (Maria Cristina Gionta) che avanza sui tacchi vertiginosi e fradicia di pioggia in casa, entriamo anche noi nel vivo della storia. Diana è venuta a convincere quella che scopriamo essere sua madre, a “collaborare” con lei nella nuova corsa politica del padre ed ancora marito (separato) di Teresa. L’obbiettivo è far apparire il futuro senatore come parte della cosiddetta “famiglia da copertina”.
“Preferirei di no” diventa quindi la risposta più frequente data da Teresa alla figlia a ogni sua richiesta che evidenzia la profonda cultura letteraria della protagonista: la frase - come lei stessa spiega - è la stessa che viene proferita da Bartleby lo scrivano (recensione), protagonista del racconto di Melville, tutte le volte che gli viene ordinato di eseguire la copiatura di un documento o qualsiasi altro tipo di lavoro che in realtà non gli aggrada.
Dalla richiesta di Diana, che preme per tornare in città ma che poi cede ad una fetta di torta e a un bicchiere di vino, si dipana uno scontro generazionale che, in prima battuta, potrebbe sembrare il classico scontro madre/figlia ma che in realtà si rivela essere un in primis uno scontro di ideali politici e poi un incastro di divergenze che affrontano diversi temi.
Sono più di dieci anni che Diana non vede la madre, ritirata alla vita da eremita dopo anni passati in una casa di cura per problemi psichiatrici conseguenza del tentativo di omicidio del proprio marito. E non conosce in realtà gli ideali della madre che condivide con lei l’essere figlia di un uomo politico: Teresa aveva imparato dal padre l’onestà intellettuale che aveva cercato nel marito, il quale, forte di savoir faire e parlantina, l’aveva affascinata nascondendole il proprio cinismo e amoralità, portandola ad un separazione “estrema”. Diana invece è cresciuta invece facendo propri opportunismo e cinismo del “senatore” per raggiungere i propri scopi.
La vicenda continua tra colpi sferrati con intelligenza e sagacia da parte di Teresa e rivincite da parte di Diana che utilizza doppi sensi e mezze verità, evidenziando le due caratteristiche sopracitate fino ad un epilogo che vi consigliamo di cercare a teatro.
La scena, un ambiente unico con due accessi/uscite, è essenziale così come la regia, per permettere di concentrarsi sui dialoghi e sull’espressività delle due attrici protagoniste.In realtà i protagonisti sono tre. In tutto lo spettacolo aleggia infatti, in una piéce tutta al femminile, questa figura nominata, amata ed odiata, del marito/padre che, nel bene o nel male, ha influenzato la vita delle due donne.
Entrambe le attrici emergono per carattere e presenza scenica, ma non ce ne voglia la Gionta se sottolineiamo la bravura di Ivana Monti. Offre una performance straordinaria, graffiante nel suo sarcasmo, carica di intensità emotiva, in cui riesce a trasmettere la complessità interiore del personaggio, unita a una profonda riflessione morale.
La sua recitazione è precisa e coinvolgente, alternando momenti di grande pathos a momenti di introspezione silenziosa, che lasciano lo spettatore sospeso tra commozione e riflessione. D’altra parte il personaggio di Diana è apparentemente più semplice: la Gionta interpreta una donna che pare avere tutto chiaro, con una vita tracciata i cui tacchi indossati con fierezza sono simbolo di strade sicure, senza buche.
Apprezzabile anche l’interpunzione musicale - il suono del sax di Vittorio Cuculo - che spezza e sottolinea i passaggi chiave della messa in scena, alcune volte leggermente troppo lenta, per una pièce di 90 minuti
Centro Teatrale Artigiano
presenta
Ivana Monti e Maria Cristina Gionta
in
PREFERIREI DI NO
di Antonia Brancati
regia di Silvio Giordani
musiche eseguite dal vivo dal sax di Vittorio Cuculo
scene Mario Amodio
disegno Luci Marco Macrini
costumi Lucia Mariani









