Ladro di razza (recensione)

Il testo di Gianni Clementi, per la regia di Marco Mattolini, è nuovamente in tournée nelle sale italiane

Tre bravi attori, al servizio di un ottimo testo clementiano, danno vita e passione ad uno spettacolo intenso e coinvolgente, arricchito da una doppia scena aperta (la casa di Rachele e la baracca di Oreste), sempre e costantemente dai toni volutamente cupi, così facendo portano sul palcoscenico una delle pagine più oscure della nostra recente storia, un periodo abbandonato all'oblio del tempo, che le giovani generazioni non conoscono abbastanza, o si affrettano a dimenticare, o - troppo spesso - sottovalutano.

Tito (Massimo Dapporto) è un piccolo delinquente, nella Roma occupata dai tedeschi del 1943. Con la complicità dell'operaio Oreste (Blas Roca Rey) progetta un furto ai danni della ricca ebrea Rachele (Susanna Marcomeni), una donna dall'età indefinita, con gli occhi e l'animo resi aridi dalle circostanze. Il piano è semplice ed efficace allo stesso tempo: sfruttando la sua galanteria, Tito deve tentare di far infatuare di sé Rachele e così, una volta che la donna avrà abbassato le proprie difese, riuscire a svaligiarle la casa.

I tre sono, in un modo o nell'altro, lo specchio di una città fortemente impaurita, impoverita e ferita, con nella testa ancora il rumore dei bombardieri americani sul quartiere di San Lorenzo (tematica sfiorata da un'altra opera dello stesso autore: "Il cappello di carta"), una Capitale oramai ostaggio degli ex alleati, ora intransigenti occupatori. Ma se da una parte la narrazione si accinge al suo appuntamento con la Storia, dall'altra i sentimenti si rivelano in tutta la loro intensità.

Se il passato è ormai una pagina già scritta che non si può più riscrivere (ma rileggere, sì), la drammaturgia di Clementi illumina il nostro presente: un presente non semplice e roseo, che invita ognuno di noi a cercare di cambiarlo impegnandosi in prima persona, anche solo nel proprio piccolo. Si può decidere di rimanere spettatori impassibili, proprio come fa Tito, o cercare di conoscere, dialogare, capire il nostro tempo. Tanto alla fine con la Storia tutti dobbiamo fare i conti, senza mai dimenticare - come Francesco De Gregori insegna - che "la storia siamo noi".

Il piccolo ladro, truffatore e sbruffone, ci ha ricordato in alcuni momenti Carlo, padre di Massimo, ma anche Emanuele Bardone, il ladro alias Generale Della Rovere, portato sullo schermo da De Sica (ovviamente Vittorio) e Rossellini. Volendo continuare nelle citazioni, vere o presunte che siano, abbiamo trovato similitudini anche in Oreste (Blas Roca Ray) con il Davide (Massimo Poggio) de "La finestra di fronte" di Ferzan Ozpetek. Tutto questo non sposta di un solo centimetro, non accresce o diminuisce, il nostro giudizio su "Ladro di Razza", quello che maggiormente rimane "in bocca", dopo, è il piacere di avere assistito a una robusta prova teatrale, il sapore di un lavoro ben costruito e ben realizzato.

Sullo sfondo del corteggiamento che Tito attua ai danni di Rachele, si mescola abilmente riso (anche se amaro) e riflessione, nello stile maggiormente caro all'autore, usuale per Clementi guidare lo spettatore, alternandone le sensazioni e la partecipazione al racconto. Si ride e si pensa, prima del finale che... gli attori non lo hanno rivelato, nel corso di un breve incontro prima dello spettacolo e noi non lo facciamo con chi legge e non lo ha ancora visto. Se non lo avete ancora fatto, vi consigliamo vivamente di cercare "Ladro di razza" nei teatri d'Italia. Sicuramente, almeno lo speriamo, ce ne sarete grati per averlo suggerito.

Mind Production
presenta
LADRO DI RAZZA
di Gianni Clementi
con Massimo Dapporto, Susanna Marcomeni, Blas Roca Rey
scene e costumi Andrea Stanisci
musiche originali Lucio Gregoretti
regia Marco Mattolini

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
Change privacy settings