Avete mai guardato le fotografie di David La Chappelle? L'onirico, surreale, bizzarro artista fotografico lanciato addirittura da Andy Warhol? Se non avete mai visto una sua accesa opera, probabilmente "Il Don Giovanni" di Filippo Timi, potrebbe lasciarvi leggermente disorientati. Della musica di Mozart e del libretto di Da Ponte ci sono citazioni e riferimenti, ma c'è soprattutto una profonda riscrittura e interpretazione che spiega appieno quanto dichiarato dall'autore, attore e regista nelle note dello spettacolo: un "Don Giovanni" secondo me, dove il "me", ovviamente, sta per Filippo Timi.
E che lo spettacolo sia "altro" è chiaramente testimoniato fin dal primo quadro di scena. Bulimico di vita, esasperato, caricaturale e dai toni accesi quanto e come le fotografie di La Chappelle, con punte di umorismo "non sense" assolutamente esilaranti. Citazioni musicali che vanno da Adriano Celentano ai Queen, dall'Uomo Tigre a Claudio Baglioni. I costumi di Fabio Zambernardi (in collaborazione con Lawrence Steele) decisamente "importanti", nell'accezione del "non passano inosservati", che strizzano l'occhio alla "Marie Antoinette" di Sofia Coppola e alle visioni surreali di Tim Burton, ma anche al mondo allucinato di "Trainspotting" o al capolavoro kubrickiano "Arancia meccanica". Un Don Giovanni che si discosta molto da Mozart, probabilmente inviso ai puristi, ma che piace molto al pubblico: risate a sottolineare i corretti tempi comici e silenzi per i momenti di riflessione, in cui Timi prende di petto i problemi della società attuale: stupro, omosessualità, potere.
Qualche perplessità su alcune nudità ostentate più che rappresentate, ma d'altra parte, come recita il sottotitolo, vivere è un abuso, non un diritto e quindi è lecito abusare di qualsiasi cosa, eccedere ed esasperare. In ogni caso lo spettacolo è adatto ad un pubblico adulto (come dichiarato nei crediti che accompagnato la nota). Ottima prova per Marina Rocco, una Zerlina "de Roma" (di borgata) che ha strappato più di un applauso a scena aperta e per Leporello, intepretato da Umberto Petranca. Citazioni su citazioni - anche a Duchamp e alla sua decontestualizzazione dell'opera d'arte, a Madonna nel corpino "a punta" di Donna Elvira, a Lady Gaga e a Hitler in Donna Anna - per un Don Giovanni la cui anima è il suo costume... brilla, ma di pailettes, di pregio nel taglio, ma non nella stoffa, di plastica addirittura: per far emergere il "poveraccio" che piuttosto di pentirsi preferisce la morte.
Ognuno ha la propria storia, io la mia, tu la tua, voi la vostra e Don Giovanni ha la sua. Non l’ha scelto lui di nascere Mito, gli è capitato, e lui non si sottrae dall’essere se stesso. Ecco in cosa è grande. Non perché accetta la morte, deve per forza, come tutti. È grande perché accetta a pieno le conseguenze, inevitabili, dell’essere nient’altro che se stesso, scrive Timi nelle proprie note di regia. Una prova, la sua, che lo confermano come uno tra i più irriverenti artisti della scena italiana, autore capace di "rubare" alla letteratura, alla storia dell'arte, al cinema con l'intelligenza del surrealismo ironico. Artista capace di dividere anche gli spettatori. Chissà cosa ci proporrà domani?
IL DON GIOVANNI
Vivere è un abuso, mai un diritto
uno spettacolo di e con Filippo Timi
e con (in ordine di apparizione) Umberto Petranca, Alexandre Styker, Lucia Mascino, Matteo De Blasio, Elena Lietti, Fulvio Accogli, Marina Rocco, Roberto Laureri
regia e scena Filippo Timi
luci Gigi Saccomandi
costumi Fabio Zambernardi
suono Beppe Pellicciari
produzione Teatro Franco Parenti/Teatro Stabile Dell’Umbria
durata 2 ore e 20 minuti con intervallo







