Lo spettacolo si apre con Louis (Alessandro Tedeschi) che - solo in scena - annuncia al pubblico che è arrivata la sua ora di morire. Ha 34 anni ed è malto di aids in un periodo in cui si muore, non che ora non sia così, ma almeno molto è stato fatto per tamponare. Louis è consapevole (non sembra rassegnato) che quello che lo attende è ineluttabile, solo questione di mesi, per questo sente come ultimo desiderio quello di essere lui stesso a comunicarlo alla sua famiglia, raggiungendoli in una domenica come tante in casa, dove si svolge l'intera vicenda.
La famiglia di Louis è composta di Martine (Anna Bonaiuto), madre vedova apparentemente inconsapevole di quello che accade nel mondo e in casa propria, e dai due fratelli, Antoine (Vincenzo De Michele) e Suzanne (Angela Curri), che accolgono Louis in maniera totalmente diversa: Suzanne "scodinzola come un cocker", mentre Antoine è immediatamente rabbioso, fortemente infastidito dalla presenza del fratello. Non valgono a nulla i sommessi e verbosi tentativi di Catherine (Barbara Ronchi), moglie di Antoine, di rasserenare gli animi, o meglio l'animo del marito. Racconta dei nipoti - che Louis non ha mai visto - e non riesce a essere affettuosa con il cognato, non riesce nemmeno a dargli del tu, ma la sua non è distanza ma senso del pericolo e necessità di salvaguardia. Il contesto familiare si presenta immediatamente molto difficile, forse Louis non ha avuto una buona idea, ma oramai si trova lì.
I tentativi di ricomporre un legame non spezzato, ma completamente dissolto, vanno vani, l'uno dopo l'altro. Antoine si scontra con Suzanne, interviene sarcasticamente sulle parole - innocue - della moglie. Attacca verbalmente, senza nessun motivo, il fratello. Da una parte abbiamo la sorella, la cognata e Louis. Dall'altra l'altro fratello. Al centro, ma totalmente incapace di ricomporre la pace famigliare, la madre che continua a sorridere e a mettere alle spalle i contrasti, facendo finta che non ci siano, probabilmente li ha messi sempre sotto il tappeto, lo ha fatto per troppo tempo, invece che affrontarli e ora è troppo tardi. L'unica che prova a esternare il proprio pensiero, a farsi domande che non avranno risposte è Suzanne che prova a incalzare Louis, ma senza successo.
Giusto la fine del mondo porta in scena un dramma familiare che probabilmente molti altri hanno vissuto, vivono o vivranno. Cinque sconosciuti che per convenzione sociale sono costretti a vedersi, nella speranza che le poche ore del pranzo domenicale scorrano in minuti, anche in secondi, per tirare un sospiro di sollievo nel momento in cui si sarà nuovamente soli. Ma le domeniche poi torneranno, inesorabili l'una dopo l'altra, anno dopo anno. Senza contare i compleanni, il Natale e altri momenti in cui è "necessario" riunirsi, perché la famiglia è famiglia.
Il tema centrale, l'incomunicabilità, viene rappresentato con forza dai cinque attori in scena, con qualche accenno di rabbia appena eccessivo, ma efficace nel caricare di significati i pochi momenti di silenzio. Si sente la necessità, e la si trasmette, di parlare continuamente per occupare il tempo e per non avere più tempo di pensare. Riuscirà Louis a comunicare la prossima morte, che purtroppo si innesta su quanto avvenuto realmente all'autore della pièce? E se riuscirà a trovare la forza di farlo, come reagiranno i suoi parenti? Ricordiamo ancora una volta che il teatro pone domande, suscita riflessioni, ma non dà risposte. Quelle lo spettatore deve cercarle dentro di sé, magari al prossimo pranzo di famiglia.
Argot Produzioni
Teatro Metastasio Prato
in collaborazione
con
Pierfrancesco Pisani
Amat
presentano
GIUSTO LA FINE DEL MONDO
di Jean-Luc Lagarce
traduzione Franco Quadri
con Anna Bonaiuto, Alessandro Tedeschi, Barbara Ronchi, Vincenzo De Michele, Angela Curri
scene Francesco Ghisu
costumi Cristian Spadoni
luci Giuseppe Filipponio
musiche Roberto Angelini
regia Francesco Frangipane
durata complessiva 75 minuti









