La Fondazione (recensione)

Una vita teatrale piena di "vuoto" per Ivano Marescotti, in scena diretto da Valerio Binasco

Un uomo e gli oggetti accumulati negli anni. Una vita di riempimenti che creano però un enorme e rumoroso vuoto: è questa forse la sintesi dell'opera teatrale cui abbiamo assistito, con Marescotti a interpretare l'ultimo personaggio scritto da Raffaello Baldini sul quale aleggia, fin dalle prime battute, un alone di morte imminente.

Seduto su un divano verde brillante, accanto un plaid a scacchi, di quelli che sembrano dire "tengo tanto caldo ma sono tanto vecchio" ed intorno pareti arancioni, un colore che potrebbe benissimo appartenere all'interno di una scatola. Una scatola nella quale è riposta con cura la vita dell'uomo che siede sul divano, insieme ad un infinito numero di cose che, pur non visibili, lo circondano e "nutrono" la sua vita.

Una vita tale e quale all'abito che indossa, spiegazzato, nel suo essere consunto anche un po' chiassoso, logoro quanto le scarpe che i calzini senza elastico e i pantaloni un po' corti mettono ancora più in evidenza.

L'uomo comincia a parlare, esponendo ad un ipotetico interlocutore, a se stesso, forse anche alla Morte, dubbi, perplessità, affermando concetti che subito dopo si rimangia, in un gioco di equilibri ed incertezze, di affermazioni e negazioni continue. E' stanco: “Il sonno è il fratello della morte”, ma “se non sono neanche parenti!”, eppure si dice “pare che dorma… Pare che dorma sti due maroni!”.

Il fine e riflessivo monologo scritto da Baldini si trasforma piano piano in un dialogo nel quale l'uomo racconta al pubblico la sua vita sia con le parole, sia con i mille silenzi espressivi dell'eccellente Marescotti che inframezza all'italiano anche frasi in dialetto, incisi che strappano una risata nel sentimento di compassione e compartecipazione che ispira, fin da subito, il personaggio. Personaggio che talvolta si alza dal divano, scavalcando cose che non vediamo, "roba" che assume un nome e un'immagine, ma solo nella nostra mente, quando viene nominata, identificata da Marescotti. Le cartine delle arance, le scatole dei medicinali, una ringhiera presa dal vicino di casa perché “può sempre servire, sta lì e non da noia a nessuno”.

“Io non butto via niente, tengo tutto da conto”. E le descrizioni accurate della roba accatastata strappano risate, ma nello stesso tempo angosciano per l'horror vacui che ne deriva. Un istinto di conservazione, un nutrimento costante, come se la "roba", quello che diventano gli oggetti una volta usati, fosse l'unico attaccamento alla vita, senza la quale la vita non potrebbe più essere. Ed è da questa considerazione che nasce nella mente dell'"accumulatore" l'idea di una Fondazione che, coinvolgendo regione, provincia, comune possa conservare il suo lavoro e renderlo eterno. Un modo per conservare la roba (e la vita) e conservarsi, per ricordare e farsi ricordare, un modo per esorcizzare la Morte, che sente lentamente avvicinarsi ma che, nella vita, forse quella vera, ha allontanato tutti, anche la moglie che aveva perfino interpellato un dottore per questa "insana esigenza di riempire di roba i vuoti".

Un'ora e venti di parole, di sensazioni, di riflessione fino alla decisione di "buttare via tutto prima che lo facciano gli altri"; decisione che, inevitabilmente, lo porta a spegnersi, come una delle lampadine che conservava, che aveva dignità e diritto di esistere perché, una volta “ha fatto luce a te!”

Un'intensa interpretazione quella di Marescotti, un'enfatizzazione di una delle manie che potremmo avere tutti (quella di non buttare via nulla) un monologo che chiude idealmente il lavoro di Baldini (scritto per lo stesso Marescotti) composto da quattro opere in ognuna delle quali l'autore si è concentrato su un tic e ne ha fatto il tema centrale. Un'opera da vedere e rivedere, uscendo dalla quale, forse, si deciderà di buttare qualcosa della "roba" che abbiamo in casa. Durata: 1 ora e 20 minuti senza intervallo.

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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