Li romani in Russia (recensione)

Una triste pagina di storia che un artista sensibile ha deciso di raccontare, prima di tutti a sé stesso

Simone Cristicchi in scena
m&s - Simone Cristicchi in scena (foto © media & sipario)

Simone Cristicchi è sul palco esattamente come te lo aspetti, un ragazzo sensibile, molto intelligente, che è riuscito ad arginare e incanalare il successo canzonettistico derivatogli dal Festival di Sanremo (vinto nel 2007 con "Ti regalerò una rosa") verso un'espressività teatrale difficile, ma non per questo impossibile.

Raccontare la storia dei "romani" nella campagna di Russia è anche un modo di rendere omaggio al nonno Rinaldo, che quella guerra l'ha veramente vissuta e ne è rimasto (ovviamente) traumatizzato, come accade a quasi tutti i "reduci", al punto di non parlarne mai. Invece Elia Marcelli (autore del testo, anche lui spedito in Russia a "combattere i comunisti", con la colpevole e ipocrita sufficienza del "tanto sarà una passeggiata") quella guerra la racconta, anzi l'affida in versi a chi dopo di lui (è scomparso nel 1988) vorrà continuare nel difficile compito di "informare" e "raccontare".

Cristicchi è solo sul palco, in divisa, con zaino, gavetta e moschetto, i suoi tanti capelli e gli occhiali dalla foggia moderna non restituiscono il minimo contrasto storico, perché il racconto (in ottava rima) prende completamente il pubblico immediatamente. Il silenzio è totale, rotto dal "rumore" delle cannonate che esplodono solo nella voce del narratore e ancora di più nella testa di chi lo ascolta. Non serve scenografia per mostrare la campagna russa, sono sufficienti le parole. I quadri narrativi vengono descritti, in maniera impietosa, fredda come i 50 gradi sottozero che le truppe italiane, anzi romane, si sono trovate ad affrontare, sbattute in una guerra che altri hanno voluto che loro combattessero, e che un altro artista (sempre romano) aveva già declamato - ignorato - nel 1914 ("Ninna nanna della guerra" di Trilussa). Le truppe italiane sono carne da macello che si confonde e miscela nel tritacarne della guerra assieme ai muli, sventrati o per diventare una calda coperta di "budella" o cibo. 

Cristicchi non concede fiato al pubblico, il ritmo del racconto è sempre elevato e costante: riecheggia puntuale e dinamico come il ticchettio mortale della mitragliatrice che spezza tante vite, tanti ragazzini che chiamano la "mamma", nel momento in cui vengono o spezzati in due da una cannonata o abbandonati sulla tragica via del ritorno. Morire è una brutta cosa, ma farlo a 20 anni, quando non si sa ancora cosa sia la vita, lo è ancora di più. E questo concetto è mortalmente chiaro. A noi contemporanei, che della guerra abbiamo solo il racconto (spesso solo quello cinematografico), non resta che continuare a chiederci "perché", ma si tratta di una domanda alla quale nessuno più risponderà (o vorrà rispondere). L'unica cosa che possiamo fare è alzarci in piedi per tributare a Simone Cristicchi un applauso che sa di ringraziamento per avere dato a tutti un insegnamento che la scuola (deputata a fare questo) "dimentica" quasi costantemente di dare.

Come spesso succede abbiamo la speranza che dopo aver "ascoltato" la perdita completa di dignità come esseri umani, ricordando sempre che non si è trattato di finzione, si riesca a riscattare noi per riscattare loro. Almeno questo ai tanti rimasti sotto i campi poi seminati (cit.) è dovuto.

LI ROMANI IN RUSSIA
di Elia Marcelli
con Simone Cristicchi
regia Alessandro Benvenuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
Change privacy settings