Un borghese piccolo piccolo (recensione)

Il borghese è passato dal cinema al teatro, ma sempre rimanendo piccolo, come la società contemporanea

Il testo di Vincenzo Cerami - già perfettamente reso in film da Mario Monicelli con protagonista un eccezionale Alberto Sordi - è stato ripreso (in regia e adattamento) da Fabrizio Coniglio. Cosa è cambiato nel passare dalla pellicola al teatro?

Giovanni Vivaldi (Massimo Dapporto) è un ragioniere da 30 anni nello stesso ministero, è uno dei tanti dipendenti "sottomessi" di un carrozzone pubblico dove poco conta cosa si fa, le responsabilità sono minime, così come i controlli sull'operato, l'importante è esserci per riscuotere puntualmente ogni 27 del mese lo stipendio e lamentarsi perché tutto è dovuto e lo "stato" non è mai minimamente riconoscente di quanto si fa: "Il ministero mi deve 30 anni di sudore, pagato 4 soldi". Una visione del "lavoro pubblico" (che dovrebbe quindi appartenere a tutti) che in forma drammaticamente satirica è la stessa consegnataci dal Fantozzi di Paolo Villaggio.

Giovanni ha comunque una forte aspirazione: riuscire ad "imbucare" il figlio Mario (Matteo Francomano) nel suo stesso ufficio, prima di andare in pensione, perpetuando così la dinastia del dipendente pubblico ad ogni costo, l'importante è arrivare - sempre - al fatidico 27. In questo suo gravoso impegno è supportato dalla moglie Amalia (Susanna Marcomeni), casalinga costantemente in vestaglia e davanti alla televisione (Brionvega). Ma, perché un problema c'è, Mario non è un brillante laureato, anzi non è affatto laureato, e al "concorsone" potrebbe non farcela: ci sono solo 1.200 posti in ballo e saranno tanti, tantissimi, i graduati al massimo livello - accidenti a tutti loro! - che si faranno avanti, con una forma mentis sicuramente più avvezza allo studio di quella di Mario, maggiormente a suo agio con la canna da pesca assieme al padre, nel piccolo capanno di famiglia.

Bisogna quindi ricorrere ad un aiuto esterno, perché è necessario che Mario riesca a superare il concorso e possa così assicurarsi un futuro di piena tranquillità esistenziale, in cui l'unico reale problema sarà quello di raggiungere in tempo l'ufficio e timbrare il cartellino, siamo ancora lontani dagli scandali dei cosiddetti "furbetti", ma forse solo perché non se ne parlava o scriveva. Così, mentre si progetta un futuro prossimo di stipendi spesi per acquistare la nuova televisione e la macchina e investimenti in sicuri titoli di stato, lo stesso tanto disprezzato poco prima, o nel "mattone", si cercano le classiche scorciatoie per ottenere l'agognato "posto fisso", dove lasciarsi morire per i successivi 30 anni, con un perfetto passaggio di testimone da padre a figlio e forse - ma non lo sapremo mai - anche a nipote. 

L'unica soluzione che il disperato Giovanni intravede è quella dell'aiutino all'italiana, della raccomandazione, per questo si rivolge al suo superiore (un bravissimo Roberto D'Alessandro) per riuscire ad ottenere le soluzioni del test che il giovane dovrà affrontare. Le soluzioni sono possibili, ma in cambio Giovanni deve entrare nella massoneria. E che problema c'è? Dopotutto cosa non si farebbe per il proprio figlio? Quello che succede poi, anche se già ampiamente rappresentato nel film - bellissimo! - di Mario Monicelli, va visto in teatro. Basti sapere che sarà fondamentale, per la vita dei protagonisti lo scontro con un rapinatore (Federico Rubino).

Fabrizio Coniglio, nella duplice veste di autore dell'adattamento e regista, riprende la felicissima strada, che drammaturgicamente gli si attaglia perfettamente, della forte denuncia sociale (eccezionale il suo "Il Testimone", firmato assieme a Mario Almerighi), appena rinunciando alla preponderanza del messaggio melanconico già visto in 35 mm. Il tratteggio che viene presentato in scena di questo borghese "piccolo piccolo" si avvicina molto al "meschino meschino" e, purtroppo, anche al "diffuso diffuso". Giovanni non prova la minima indecisione nel commettere illegalità, nel prevaricare le regole, nel mostrarsi debole con i forti e forte con i deboli, incarna in sé la diffusa corruttela da pochi soldi, quella che non si rende nemmeno conto di ciò che sta facendo, perché considera le proprie necessità sempre al di sopra, abbondantemente, di quelle degli altri. E', in forma drammaticamente esasperata e amplificata, l'incivile che getta mozziconi di sigaretta dal finestrino e si lamenta, poco dopo, della sporcizia delle strade, in una forma perenne di assoluzione e giustificazione rivolte su se stesso. In musica è il "Pigro" di Ivan Graziani, che forse non a caso è stata pubblicata negli stessi anni.

Nemmeno lo scontro con il drammatico disservizio altrui - "È più facile trovare un posto al ministero che un loculo al cimitero" - o la totale indifferenza - "Siamo sicuri che tra questi ci sia il galantuomo che stiamo cercando, lei ci dica chi è e al resto ci pensiamo noi" - riescono a far rinsavire e cambiare atteggiamento al "nostro" Giovanni, che si trova - purtroppo per la nostra evoluzione - in compagnia di molti altri come lui, sicuramente troppi, convinti che la scorciatoia, quando applicata a sé, è solo un mezzo per ottenere un diritto acquisito. Fortunatamente per noi, si tratta solo di una rappresentazione teatrale degli anni '70, appena usciti dalla sala e tornati alla nostra contemporaneità del terzo millennio, tutto è diverso.

UN BORGHESE PICCOLO PICCOLO
da Vincenzo Cerami
con Massimo Dapporto, Susanna Marcomeni, Roberto D’Alessandro, Matteo Francomano, Federico Rubino
adattamento e regia Fabrizio Coniglio
musiche Nicola Piovani
costumi Sandra Cardini
scene Gaspare De Pascali
luci Valerio Peroni
produzione Pietro Mezzasoma

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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