Fabrizio Coniglio, nella triplice veste di regista, interprete e autore/coautore si propone al pubblico con due atti unici sulla finanza (deviata) e sulla conseguente perdita della dignità sociale. Ma allora non è proprio vero che i soldi non danno la felicità!
Quando si parla di denaro, proprio o altrui, intrecciando l'aspetto finanzario con i punti oscuri della cronaca (anche nera) è facile che il tema teatrale alterni i toni comici a quelli drammatici, nel tentativo, sicuramente riuscito, di incontrare più pubblico possibile. Esempio di alto profilo comico, anche per il cast all star scritturato è "La cambiale" cinematografica diretta da Camillo Mastrocinque nel 1959. In questo divertente e ben orchestrato film Totò, Peppino De Filippo & un eccezione stuolo di comprimari si occupano di un titolo di credito che in Italia, specialmente nel passato, è stato alla base del successo o insuccesso finanziario di molti. Si ride e si sorride di, tutto sommato, un'italietta sì truffaldina, ma con ancora un velo di onestà personale a tenerla in piedi.
Venendo ai giorni nostri, l'uomo di teatro Fabrizio Coniglio - vedi Un borghese piccolo piccolo (recensione) - si propone, per parlare di soldi al pubblico, come autore (ma anche interprete) di due "non commedie", la prima facendosi accompagnare sul palco da Stefano Masciarelli (Stavamo meglio quando stavamo peggio?), la seconda da Bebo Storti (Il Testimone): comprimari di sicuro valore, come l'argomento trattato. Il tema unico è affrontato comunque diversamente, interviste per il primo (ma anche atti giudiziari) e ampio uso di "carte" per il secondo, non necessariamente processuali, ma che hanno quel carattere di ufficialità e di dramma reale che contribuiscono a rendere molto lieve il sorriso. Ma andiamo in ordine.
"Un ladro in casa" prende spunto - per il titolo - da una frase, quella che una signora anziana si è sentita cinicamente proferire da parte del direttore della sua banca, dopo aver visto svanire tutti i propri risparmi grazie ai "consigli" di un consulente finanziario, impiegato dello stesso istituto di credito. La frase che riportiamo testualmente è: ”Signora non c’è più niente da fare, ci metta una pietra sopra. Come se un ladro le fosse entrato in casa”. Quello che il "sensibile" direttore aveva però omesso (o su cui era sorvolato) era che il "ladro" era sistematicamente andato alla ricerca di quei profili (persone anziane e piccoli risparmiatori), maggiormente inclini a fidarsi di chi, come lui, aveva studiato, visto che loro questa opportunità forse non l'avevano avuta, troppo occupati a lavorare per decine e decine di anni in piccole botteghe o in "fabbrica" (la vicenda si svolge a Torino, dove di fabbrica-simbolo ce ne è una sola). Un ladro in giacca e cravatta che si invita a prendere il caffè o addirittura a cena, contro il quale non si hanno difese, perché non ci si può difendere dai bei modi e da una giacca di buona sartoria.
E come nel peggior incubo o racconto kafkiano, il "promotore" (di qualsiasi genere, dallo sportellista bancario alla grande società di investimenti) si è volatilizzato come il denaro, lasciando il malcapitato solo di fronte alla sua nuova indigenza, colpevole della sua ingenua ingordigia e comunque sfruttato ad arte per questa sua stessa debolezza, reale o indotta. Assistiamo quindi ad un viaggio teatrale attraverso la vita di alcune famiglie, annegate economicamente dai vortici di un sistema bancario che non conosce rispetto, ma vive solo per arricchire sé stesso, nutrendosi dei cadaveri spolpati dei suoi (ex) risparmiatori. Acuta l'allegoria in "maschera", che ci ha ricordato il modo con cui la feroce stampa "satirica" nazista amava rappresentare gli ebrei (il Der Stürmer edito da Julius Streicher).
Per il secondo appuntamento, "Suicidi?", la forza teatrale si fa ancora di più inchiesta, soffermandosi su tre imbarazzanti suicidi dell'epoca di "tangentopoli", la perdita della vita in circostanze poco, troppo poco, chiare di Sergio Castellari, Gabriele Cagliari (avvenuto in carcere) e Raul Gardini, rispettivamente l'ex direttore generale del ministero delle partecipazioni statali, il presidente dell'Ente Nazionale Idrocarburi e il fondatore di Enimont (società frutto della fusione tra ENI e Montedison). Con questo testo, scritto a 4 mani con Mario Almerighi, prese il via la collaborazione drammaturgica tra Coniglio e il giudice, ripercorrendo il periodo storico degli anni '90 e i sentimenti di allora, ripronendo i tanti dubbi agli spettatori di oggi, alcuni dei quali totalmente ignari di alcune tra le peggiori pagine della storia politica di questa nazione.
Cosa rimane di tutto ciò? Sicuramente alcune domande che purtroppo sono destinate a non trovare una risposta convincente. E chissà se mai la troveranno, in un paese dove solo le commissioni d'inchiesta hanno praticamente vita eterna: rassegnamoci di fronte alla forza dell'oblio, dopotutto se si riesce a negare l'olocausto, si può veramente negare tutto. Anche in questo secondo titolo si tratta di una commedia, che mette davanti allo spettatore una forma "assurda" di teatro dell'assurdo, che provoca pochi sorrisi e molte amare riflessioni sul futuro del paese, sul senso civico che non esiste (se è mai esistito), dove chi può si approfitta come può a danno di chi non può.
Abbiamo approfittato della cortesia di Fabrizio Coniglio, dopo i due spettacoli, per chiedere un commento sul suo modo di approfondire teatralmente il disagio sociale: "C'è disagio sociale perché riguarda le persone, quando il fenomeno della corruzione o la speculazione economica vanno a colpire la vita delle persone, non solo nelle loro economie". Perché dice questo? "Ma perché l'economia e i risparmi rappresentano i sogni delle persone, sono i cuscinetti per una vecchiaia più tranquilla, il futuro per i propri figli, quindi un lasciato verso chi verrà. Quando questi fenomeni speculativi vanno a prendere e a colpire la vita delle persone inevitabilmente diventano un disagio sociale e anche umano che è bello raccontare". Bello? "Sì, perché poi gli esseri umani sono belli, sia quando sono buffi (si allude ai godibili siparietti interni alle coppie di anziani, ndr) che quando sono tragici. E quindi secondo me c'è molta materia teatrale".
Riusciremo a reagire, acquisendo o riconquistando una forma di dignità largamente estesa? E non ci riferiamo ovviamente al racconto teatrale: "La dignità riguarda principalmente la singola persona, quella stessa che si ribella quando si trova di fronte ad un fenomeno corruttivo. Se viene colpita intimamente poi, ha un modo di ribellione che può diventare una molla anche nei confronti di chi gli è vicino. Magari un estraneo che se ne senta contagiato". Motus propri, quindi: "Oramai è difficile che si ripropongano fenomeni di rivoluzione collettiva nella società moderna individuale, però quando l'uomo inizia a difendere la propria dignità, si crea naturalmente un movimento, che da individuale può sicuramente estendersi, non collettivo, ma sicuramente allargato".
UN LADRO IN CASA
testo e regia di Fabrizio Coniglio
con Stefano Masciarelli e Fabrizio Coniglio
durata atto unico da 70 minuti
SUICIDI?
di Fabrizio Coniglio e Mario Almerighi
regia di Fabrizio Coniglio
con Bebo Storti e Fabrizio Coniglio
durata atto unico da 90 minuti









