La scena è volutamente, accuratamente ed efficientemente spoglia: due tavoli in legno, un piccolo timone ed alcuni faldoni che penzolano sul palcoscenico. Pochi elementi che all'occorrenza si prestano ad essere mare, procura, tribunale, studio televisivo e tutti quei luoghi, tra il "fisico" e il "virtuale", necessari per dare un corpo visivo al racconto teatrale, ma anche reale, dell'incontro tra Mario Almerighi e Fabrizio Coniglio.
Mario Almerighi (interpretato da Bebo Storti) ha la propria barca ancorata al porto di Civitavecchia e desidera fare un'uscita particolare, lunga e difficile, sull'onda di ricordi personali e professionali, che è la stessa barca ad evocare. Vuole raggiungere la Sicilia, quella parte di Italia martoriata, spesso, anche e soprattutto da chi dovrebbe impegnarsi per difenderla, salvaguardarla e proteggerla. Nel suo viaggio narrativo è accompagnato da un più giovane e dubbioso partner (Fabrizio Coniglio), che si presta ad aiutare il magistrato in pensione a raggiungere quelle "luci" di Trapani che "non arrivan mai". (cit.)
Il Testimone ha tanta voglia di raccontare i fatti tragici di un passato recente, di analizzare situazioni nel modo più accurato e neutrale possibile, per far riflettere, per istillare dubbi e curiosità nel "mozzo", ma anche nel pubblico che attentamente e silenziosamente assiste alla pièce. Si prova, in poco meno di due ore (senza intervallo), a far comprendere cosa accadeva (solo allora?) in quella Sicilia degli anni Ottanta, quando la mafia era inquadrata come una “percezione” personale o marginale o - peggio ancora - inesistente.
La prima parte del racconto mette in rilievo il legame affettivo tra due magistrati, colleghi ma soprattutto amici. Due uomini che condividono onestà morale, buone letture e passione per il mare. Il viaggio verso la Sicilia è l’occasione, quindi, per parlare di un altro viaggio, fatto tanti anni prima, con l’amico di sempre. Si ripercorre melanconicamente l’allegria di quei momenti, le divertenti gare di pesca subacquea, la condivisione intensa del silenzio del mare, contrapposto a quello straziante dell’omertà, le confidenze sul pericolo di un'inchiesta che "nessuno" voleva si svolgesse. L'amico è consapevole che si sta muovendo su un terreno minato e per questa ragione, malgrado i consigli del magistrato, ha rifiutato la scorta, sapendo (e accettando) che la mafia avrebbe potuto ucciderlo in qualsiasi momento e che "la scorta non aiuta a salvare delle vite, ma ne mette in pericolo altre”.
Chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche, il pensiero come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare. Così stanno bruciando il mare. Così stanno uccidendo il mare. Così stanno umiliando il mare - da Come è profondo il mare, 1977.
I versi di Lucio Dalla riecheggiano costantemente sul palco, la melodia viene fischiettata come sottofondo musicale, ad accompagnare i momenti più toccanti. Parole che sembrano essere state scritte appositamente, per essere utilizzate - dopo - in uno "spettacolo", questo, che ricostruisce l’omicidio di mafia del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, portando attenzione - la seconda parte del racconto - anche una fondamentale sentenza che a distanza di decenni non ha sicuramente amministrato "giustizia", ma almeno ha stabilito un necessario (ma poco consistente) fondo di verità. Una sentenza che - è stato sottolineato dagli stessi interpreti - ha ricevuto pochissima eco in questa nazione così spesso distratta da altro.
Al ricordo dell'amico ucciso si sostituisce così il ricordo, più recente, della faticosa, lunga e caparbia volontà di ottenere un risarcimento di dignità, avendo a suo tempo denunciato il muro invalicabile delle protezioni della politica e della (in)giustizia (Almerighi testimoniò, chiamando in causa Giulio Andreotti), innescando una reazione dello "stato" contro lo "Stato", con la scrittura della parola "fine" solo nel 2010. Una storia dimenticata e di grande attualità che i due protagonisti riescono a restituire con delicata e misurata leggerezza, usando un taglio drammaturgico anche divertente, in cui si fondono in perfetto equilibrio la ricostruzione giornalistica, documentata di date e fatti, con l'ironia.
La "finzione" drammaturgica si mescola costantemente con la narrazione storica, le due parti del racconto si annodano con abilità, i due attori danno corpo a tutti i personaggi necessari con semplici gesti (almeno per chi li guarda, in realtà tutto è attentamente studiato), cambiamenti di intonazioni e luci. Momento di grande intensità quando la costituzione italiana viene gettata giù dal palco, perché rappresenta un'ancora di salvezza sociale, fatta di leggi e valori democratici. E i faldoni appesi sono vite umane che ancora chiedono giustizia.
Uno spettacolo che tutti dovrebbero vedere, per ricordare o conoscere, perché i "testimoni" della storia di questo Paese "siamo noi", perché il coraggio della collettività è una marea capace di cambiare corso agli eventi. Continua solo a stupire il fatto che debba essere il mondo culturale a doversi indignare e denunciare le forme di tolleranza dello "stato" nei confronti del "contro stato". La conclusione, per niente banale, è racchiusa nelle parole del giudice Almerighi: "I vivi chiudono gli occhi ai morti, sperando che i morti aprano quelli dei vivi".
Tangram Teatro
presenta
IL TESTIMONE
di Mario Almerighi e Fabrizio Coniglio
con Bebo Storti e Fabrizio Coniglio
regia Bebo Storti e Fabrizio Coniglio
durata un atto unico di 1 ora e 50 minuti








