Non Mozart, ma una voce che intona dal vivo Vitti ‘na crozza, una scelta che subito radica lo spettacolo nella cultura siciliana. È l’inizio sorprendente del Don Giovanni all’opera dei pupi, messinscena di Mimmo Cuticchio e della sua compagnia, fusione della grande musica con il teatro di figura, nel solco di una tradizione secolare capace però di rinnovarsi continuamente.
Sul palcoscenico, al centro, si impone il teatrino dei pupi: davanti a esso siede un pubblico in miniatura, anch’esso di pupi, raffigurante un gruppo di palermitani che attende la nuova puntata della Storia dei Paladini di Francia. Un teatro nel teatro, un gioco metanarrativo che mette in dialogo il pubblico reale con quello fittizio. Ed è in questo spazio che fa irruzione Leporello, servitore di Don Giovanni, portatore del racconto delle gesta del suo padrone, da tramandare al cuntista Mastru Ramunnu.
Fin dai primi istanti i pupi ci appaiono inquietanti e al tempo stesso affascinanti. Sono costruiti con una cura minuziosa: i costumi, perfetti nei dettagli; i tratti del viso, espressivi; le armature e gli abiti, veri piccoli capolavori di artigianato. Cuticchio, dal proscenio, dialoga con le figure lignee come se fossero vive, mentre dietro di lui i pupi restano immobili ad ascoltare il racconto dell’Orlando furioso. È un momento di sospensione, quasi magico, che rivela il doppio livello del metateatro: il cunto che narra e le figure che, al buio, si animano e prendono vita. A dar voce a tutti i personaggi è sempre Mimmo Cuticchio: con un’unica voce riesce a incarnare timbri, registri ed emozioni diverse, creando l’illusione di un’intera compagnia che dialoga e si confronta.
La lingua del racconto è il dialetto siciliano, che conferisce forza, colore e autenticità. I pupi, animati da Cuticchio e da altri sei pupari, si muovono con una precisione che lascia intravedere non solo la maestria tecnica ma anche una vera preparazione fisica: i duelli, i balli, le scene corali seguono ritmi calibratissimi, intrecciandosi con la musica e con effetti luce che amplificano l’intensità delle azioni. Ogni colpo di spada è scandito con rigore, ogni battaglia ha la sua musica e la scenografia, dipinta su tela, muta di volta in volta, restituendo sfondi differenti e suggestivi.
La musica di Mozart e l’incursione nelle Nozze di Figaro diventano la colonna sonora di uno scontro epico tra tradizione e sperimentazione. Il suono si intreccia con il ritmo dei movimenti, creando una drammaturgia di segni e suoni che non concede distrazioni. Momento cruciale è quello con la statua del Commendatore: una figura imponente, alta più di due metri, che domina la scena e imprime un tono solenne al racconto.
Quasi sul finale, un’altra statua di pietra, altrettanto gigantesca, inghiotte tutto e tutti in un’immagine potente, metafora visiva di un destino inevitabile. È una chiusura che sorprende per la sua intensità e per la capacità di trasformare un materiale tradizionale in una visione scenica di grande modernità.
Non mancano momenti di ironia, grazie ai pupi da farsa che rappresentano i palermitani e che osservano la storia dall’interno del teatrino, alternando pathos e leggerezza. Alla fine, anche il ringraziamento si trasforma in spettacolo. I pupari entrano in scena accompagnando i pupi, quasi a sottolineare che quelle figure non vivrebbero senza la mano che le muove. È un atto di consapevolezza teatrale e di dichiarazione d’amore per un’arte che si trasmette di generazione in generazione: tutti i pupari presenti fanno infatti parte della grande famiglia d’arte di Mimmo Cuticchio.
La famiglia Cuticchio rappresenta una vera dinastia dell’Opera dei Pupi, custode di una tradizione che si tramanda da generazioni. Ogni membro partecipa attivamente, dalla costruzione delle figure lignee alla loro animazione scenica, in un intreccio di artigianato e teatro che diventa patrimonio vivo. È un’eredità che non si limita a essere conservata, ma si rinnova di continuo attraverso un naturale passaggio del testimone: dai maestri più esperti ai più giovani, ciascuno contribuisce a dare linfa e futuro a un’arte che, senza questa trasmissione familiare, rischierebbe di scomparire.
Don Giovanni all’opera dei pupi è così un viaggio dentro la tradizione che diventa presente, un incontro di linguaggi che non si limita a preservare, ma reinventa, rendendo accessibile anche ai più giovani la forza della musica e del racconto. Un’opera che si muove tra inquietudine e poesia, capace di restituire l’immagine di un teatro vivo, che parla al cuore e alla memoria collettiva.
Associazione Figli d’Arte Cuticchio
presenta
DON GIOVANNI ALL'OPERA DEI PUPI
ideazione scenica, cunto e regia Mimmo Cuticchio
musiche Wolfgang Amadeus Mozart
pupari Mimmo Cuticchio, Nino Cuticchio, Giacomo Cuticchio, Tiziana Cuticchio, Tania Giordano, Sara Cuticchio, Silvia Martorana
costumi dei pupi, scene e cartelli Pina Patti Cuticchio, Tania Giordano
durata un atto unico di 83 minuti







