Stavamo meglio quando stavamo peggio? (recensione)

Una domanda difficile a cui si possono dare risposte diverse, una potrebbe essere, genericamente, quella teatrale

Fabrizio Coniglio e Stefano Masciarelli
m&s - Fabrizio Coniglio e Stefano Masciarelli alle prese con lo smartphone (foto © Claudio Cavalloro)

Un'altra, più specifica, la "leggerezza" con cui Fabrizio Coniglio e Stefano Masciarelli cercano (e trovano) la complicità del loro pubblico.

Conosciamo oramai abbastanza la drammaturgia di Fabrizio Coniglio, lo abbiamo apprezzato - e molto - per il suo forte impegno di denuncia social-teatrale, estrinsecato nell'adattamento e regia di Un borghese piccolo piccolo e nei racconti teatrali scritti con Mario Almerighi e messi in scena assieme a Bebo Storti o Stefano Masciarelli.

Per questo show - che già conosciamo - si alleggerisce il tono per un divertissement comico, particolarmente adatto agli spazi estivi, normalmente completato dalla fisarmonica "sintetizzata" di Diego Trivellini, in questo caso non abbiamo la fisarmonica, ma il pianoforte, suonato da Pino Marinotti, ma musicalmente la struttura rimane molto simile, compreso l'omaggio a Ennio Morricone (che a prescindere dal tipo di impegno non dovrebbe mai mancare).

Lo spettacolo si apre con l'ingresso di Stefano Masciarelli direttamente tra la gente, per salutare e ricevere il primo applauso, sulla fiducia e sulla acclarata conoscenza dell'artista da parte del pubblico. Interpreta uno zio giovane, in attesa del nipote ritardatario, la scarsa età scenica che separa i due (ma anche quella reale) non permette loro di indossare il ruolo di padre e figlio, ma questo non impedisce allo zio di rimproverare al nipote il suo costante ritardo, la cui colpa viene attribuita alla comunicazione cellulare. I social network, secondo lo zio, permettono oggi di giustificare costantemente il ritardo agli appuntamenti, basta mandare un messaggio avvisando dell'imprevisto, poco importa se la notifica viene consegnata quando oramai si è già in inutile attesa.

Ritardo o meno, i due guadagnano il palco, che per l'occasione è stato trasformato nella mansarda di famiglia, dove un baule di ricordi, trasformato in serie di cartelli, tra poco ci riporterà indietro nel tempo (a seconda ovviamente dell'età dello spettatore). Lo spettacolo è dunque un pretesto per navigare in forma garbata nella memoria del Paese, aiutati e divertiti dai commenti dai due attori che, mantenendo fede ovviamente al ruolo che si ha assunto in fase di scrittura, si ammantano di due precisi stereotipi: lo zio vive guardando all'indietro e il nipote si stupisce di verificare come il passato nasconda perle di vita quotidiana, ancora valide oggi. Secondo Millennio vs. Terzo, con quasi scontata la vittoria del primo.

Il punto maggiormente dolente della nostra contemporaneità (almeno di questa prima doppia decade) è costituito dalla poca socialità. "Si esce poco la sera", scriveva e cantava alla fine degli anni '70 Lucio Dalla ("L'anno che verrà"), chissà cosa direbbe nel vedere - oggi - come sia più facile avere "amicizia" (rigorosamente virtuale) con chi vive dall'altra parte del pianeta invece che con il proprio vicino di casa. Il percorso nostalgico viene affrontato argomentando sulla "festa" del sabato pomeriggio: tanti ragazzini (con gli ormoni impazziti) che si riunivano a casa di uno di loro per ballare alla luce spenta del salotto "buono", almeno fino a quando la padrona di casa non irrompeva nella stanza, ponendo fine momentanea ai tentativi di corteggiamento.

Si alterna il recitato con molti momenti musicali del lontano passato (si va da Frank Sinatra a Jimmy Fontana), che permettono a Masciarelli di dare spazio alla propria verve da crooner, con invasione del palco da parte del pubblico - rigorosamente con mascherina protettiva - che si trova coinvolto nell'ondata dei ricordi, ovviamente confermando, almeno in questa fase, che si stava non solo meglio, ma molto meglio prima. La proposta artistica, ribadiamo garbata, riceve quindi ampi consensi, ancora più convinti quando si attua un passaggio sentimentale sulla banconota da 1.000 lire, simbolo di un'Italia che non esiste più.

Si tratta di un prodotto di intrattenimento puro, particolarmente adatto alla "piazza" e ad un pubblico molto eterogeneo, di conseguenza non c'è spazio, ad esempio, per ricordare i conflitti in Corea e in Vietnam o la tragedia di Marcinelle (anni '50); il Muro di Berlino, il Vajont e le forti contestazioni giovanili (anni '60); la lotta armata e le stragi senza risposte (anni '70). La nostra lista potrebbe continuare a lungo, ma questo solamente se volessimo confutare il titolo e non è sicuramente questo il nostro scopo: ci basta solo mettere un lieve dubbio. Al pubblico sovrano, come sempre, spetta il giudizio inappellabile.

STAVAMO MEGLIO QUANDO STAVAMO PEGGIO?
di Stefano Masciarelli e Fabrizio Coniglio
regia Fabrizio Coniglio
con Stefano Masciarelli e Fabrizio Coniglio
alla fisarmonica Diego Trivellini / al pianoforte Pino Marinotti
durata un atto unico da 1 ora e 20 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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