Norvegia, 22 luglio 2011. Anders Behring Breivik fa esplodere un'autobomba a Oslo, uccide 8 persone e ne ferisce più di 200. Due ore dopo, commette una seconda strage sull'isola di Utoya, dove stermina 69 ragazzi.
La scena teatrale si apre con la lunga sequenza dei trucidati, prima gli otto di Oslo, il più giovane aveva solo 26 anni, poi i giovanissimi 69 attivisti laburisti di Utoya, i più giovani avevano solo 14 anni. Ma non esiste un'età per morire, soprattutto quando si deve morire così. Il racconto firmato da Edoardo Erba affronta la difficoltà di mettere in scena una storia vera, di cronaca e di sangue, di troppo sangue, anche se si fosse trattato di una sola persona di 120 anni o più. Breivik si arrende senza opporrere resistenza alle forze speciali che lo bloccano sull'isola. Dichiarerà di aver voluto mandare un "messaggio" alla sua nazione, rea di non contrastare l'immigrazione islamica, e per fare questo ha deciso di mettere fine alla vita di ragazzini norvegesi, impegnati in un pacifico campo politico estivo. Riconosciuto "sano di mente", sarà condannato a 21 anni di carcere, con la possibilità di ulteriori blocchi da 5 anni, reiterati nel tempo se rimarrà persistente la sua pericolosità sociale. Fino a qui il dramma del racconto storico, purtroppo. Possiamo ora spostarci al racconto del dramma teatrale.
La scelta drammaturgica dell'autore e della regista (Serena Sinigaglia, a sua volta colpita - e chi non lo sarebbe - dal saggio “Il silenzio sugli innocenti” di Luca Mariani, 2013) ricade sul mettere in scena la vita di tre coppie, interpretate da due soli attori (Arianna Scommegna e Mattia Fabris), che per diversi motivi hanno avuto a che vedere con le due stragi. La prima è quella borghese costituita da un professore universitario e dalla moglie, desiderosa di possedere un gatto. Sono i genitori di Christine, che il socialista Gunnar, più in forma di punizione che per convinzione politica, ha obbligato ad andare al campeggio politico di Utoya. La seconda coppia è rappresentata da due poliziotti della piccola stazione di Honefoss, il presidio armato più vicino a Utoya, in grado in poco più di 15 minuti di sbarcare sull'isola, volendo. L'uomo, superiore della donna e ubbidiente in forma ottusa alle regole, non nasconde il proprio atteggiamento sessista, prevaricatore, ma soprattutto sprezzante nei confronti dei "laburisti". La terza ed ultima coppia vive in una fattoria nelle vicinanze di Oslo, sono un fratello e una sorella, entrambi con qualche piccola evidenza di disagio. Vivono nel culto e nelle regole dei genitori scomparsi, ma con il grave tarlo del pregiudizio razziale, che non fa comprendere loro la evidente "stranezza" del nuovo vicino, definito dall'ingenuo Peter un "troll". Un uomo solo alla guida di una fattoria di cui non si cura e che fa incetta di fertilizzanti, ma a quale scopo? Si chiede, inascoltato dalla sorella, il contadino.
Le tre coppie attraversano la bella e simbolica scena di ceppi d'albero e specchi rotti di Maria Spazzi, mettendo e togliendo le due giacche (che vengono anche gettate a terra) ed entrando o uscendo così dai personaggi (eccellente il lavoro attoriale), preparano così lo spettatore, attraverso i loro scontri, al dramma che di lì a poco accadrà: prima l'attentato a Oslo, poi la carneficina a Utoya. E' la coppia borghese la prima ad essere sconvolta dalla notizia, immediatamente seguita dai due poliziotti e infine dai due contadini. E la sequenza di scambio tra i sei personaggi diventa ciclica, appassionante, commovente. Come sempre succede, per il Teatro di qualità (in questo caso altissima), non vengono fornite soluzioni, ma acuti spunti di riflessione che lo spettatore è invitato a fare propri. In questo caso è ancora più semplice farlo, perché "Utoya" fa parte del panel di RayPlay ed è, e sarà, quindi visibile nel tempo in una eccellente ripresa teatrale diretta da Felice Cappa (con la fotografia di Stefano Russo e il montaggio di Walter Bellagente). Al tentativo di comprensione del pubblico si unisce quello dell'autore che, nella sua nota, scrive: "... capire un evento è come entrare in un labirinto: il teatro può solo trovare personaggi in grado di percorrerlo e restituirlo attraverso la loro personalità e i loro rapporti". Il risultato è sotto i nostri occhi, fisicamente, nelle sale, o su tablet e computer rimanendo in casa, quando viene a mancare la prima (e sempre migliore) opportunità. Dal vivo o meno, è importante non fare finta che non sia accaduto nulla, lo dobbiamo a quelle 77 persone e alle loro famiglie, che non sono mai "diverse" dalle nostre. Lo dobbiamo ai tanti uccisi, non solo in questa occasione, da chi sostiene la diversità e l'inutilità degli altri. Ma forse, più di tutto, lo dobbiamo a noi, per dimostrarci che non siamo e mai saremo così.
UTØYA
un testo di Edoardo Erba
con la consulenza di Luca Mariani, autore de "Il silenzio sugli innocenti"
con Arianna Scommegna e Mattia Fabris
regia Serena Sinigaglia
scene Maria Spazzi
disegno luci Roberto Innocenti
foto di scena Serena Serrani
ufficio stampa Maurizia Leonelli
produzione ATIR Teatro Ringhiera di Milano e Teatro Metastasio di Prato
con il patrocinio della Reale Ambasciata di Norvegia in Italia
durata circa 65 minuti, riflessioni a parte









