Sono queste le due domande che ci siamo posti a posteriori, dopo la visione dell'adattamento per il teatro del Cantico dei Cantici ad opera di Roberto Latini (per questo premiato come Miglior attore/performer agli Ubu 2017), approcciando al dovere di rispettare la direzione del teatro e l'artista con questo articolo dalle tante possibili insidie, tutte contro di noi.
La prima difficoltà è data dalla visione di un testo non propriamente semplice, probabilmente del IV secolo avanti Cristo, sicuramente non nato per essere rappresentato millenni dopo in un teatro italiano. La seconda difficoltà è quella di chiederci cosa abbia voluto rappresentarci Latini, sempre che abbia avuto questo particolare pensiero nel suo approccio scenico, se abbia scelto una linea guida o si sia fatto strumento del suono delle parole che ha studiato e adattato e, da burattino e non da burattinaio, abbia totalmente assecondato le sensazioni che le stesse parole gli hanno trasmesso, prima di applicare movimento e ulteriore suono e musica alle visioni mentali del Cantico.
Il tutto è, forse, riconducibile alle domande iniziali che ci siamo posti e alle quali le uniche risposte possibili (ovviamente ce ne saranno molte altre) che siamo riusciti a elaborare insistono sull'essenza stessa di una rappresentazione scenica, dove il patto non scritto tra chi è sul palco e chi è sotto o comunque allo stesso piano, ma solo per guardare, è sostanzialmente il mancato e consapevole rispetto di ogni forma di regola. Il performer non ha il dovere di spiegare, di seguire un filo logico, di rispettare una sequenza e poi cambiare idea in corso d'opera, così come chi assiste non ha il dovere di apprezzare (simbolicamente con l'applauso), ma "solo" di avere un comportamente educato (silenzio e - purtroppo oggi anche - telefono spento, meglio se lasciato fuori).
Il performer si è preso la libertà piena di abbinare moderno a classico, la panchina e la cabina del deejay radiofonico a versi che risalgono praticamente all'alba dei tempi, mantenendo coerenza degli uni, senza per questo diminuire la potenza degli altri. Parole e suoni, suoni e parole, con innesti musicali contemporanei che si muovono tra Placebo (Every You Every Me), Bob Sinclair (A far l'amore comincia tu remix), l'immenso Ennio Morricone (Deborah's Theme) e partiture originali (altro Premio Ubu, ma per Gianluca Misiti) che amplificano, frammentano, diluiscono e amplificano la parola (tutto nello stesso tempo). Un mix cui si sono sovrapposti i movimenti, studiati per la scena, ma comunque espressivi della libertà di azione dell'opera.
«Non ho tradotto alla lettera le parole, sebbene abbia cercato di rimanervi il più fedele possibile. Ho tradotto alla lettera la sensazione, il sentimento, che mi ha da sempre procurato leggere queste pagine. Ho cercato di assecondarne il tempo, tempo del respiro, della voce e le sue temperature. Ho cercato di non trattenere le parole, per poterle dire, di andarle poi a cercare in giro per il corpo, di averle lì nei pressi, addosso, intorno; ho provato a camminarci accanto, a prendergli la mano, ho chiuso gli occhi e, senza peso, a dormirci insieme», nelle note di regia l'ulteriore spiegazione che ci rasserena e tranquillizza. Non possiamo sapere se quello che abbiamo visto - come spettacolo teatrale - ci sia piaciuto, probabilmente a nessuno interessa saperlo, quello che possiamo sicuramente scrivere è che Roberto Latini ci ha dimostrato che in teatro la libertà ancora esiste. E questo sicuramente ci conforta.
Fortebraccio Teatro
presenta
IL CANTICO DEI CANTICI
adattamento e regia Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti *
luci e tecnica Max Mugnai
con Roberto Latini **
organizzazione Nicole Arbelli
* Premio Ubu 2017 Miglior progetto sonoro o musiche originali
** Premio Ubu 2017 Miglior attore o performer
durata un atto unico di 55 minuti









