La leggenda del santo bevitore (recensione)

Lo specchio, una pagina bianca, la strada aperta degli Champs-Élysées: punti di incontro con l'io più profondo

La leggenda del santo bevitore
m&s - La leggenda del santo bevitore (fnte foto Teatro Franco Parenti)

Ma cosa succede quando lo specchio viene evitato, quando gli Champs-Élysées diventano solo periferia rispetto ai tanti ponti di Parigi, quando la pagina bianca viene sporcata di parole che raccontano la storia di qualcun altro?
Andreas ha l’onore ma non ha un indirizzo, è un vagabondo di Parigi assiduo frequentatore di bar e bistrot in cui conosce, passo passo, le esperienze della sua vita ed entra in contatto con conosciuti e sconosciuti. Uno di questi sconosciuti, una volta, gli offre 200 franchi in cambio della promessa di resa non a lui stesso ma alla piccola Santa Teresa, in una chiesetta lì vicino. E Andreas promette per (di?) mantenere (la parola?), e tutte le volte che potrà arriverà alla chiesa per saldare il suo debito senza riuscirci mai, perché qualcosa o qualcuno arriva e chiede o offre o vuole.

La recente messa in scena al Teatro Franco Parenti di Milano, con Carlo Cecchi nel ruolo del protagonista, ha portato in scena le inquietudini di un uomo segnato dalla sua condizione di emarginazione e dalla ricerca di una redenzione che sembra sempre sfuggire.

Un’opera intrisa di solitudine mista a rassegnazione senza cadere nella trappola melodrammatica del “povero me” e “poveri noi”. Puntando sulla sospensione e sull’incertezza, Carlo Cecchi guida lo spettatore in un viaggio emotivo e intenso che passa dall’inquietudine all’onirico. Tornato sulla scena con un'impronta di grande maturità artistica, è estremamente credibile nel suo ruolo: dalla mimica ai gesti alla voce farfugliata ai passi mancati, le sigarette e i bicchieri svuotati, tutto il peso della vita di un uomo che vive al margine di sé stesso, raggiunge, come già aveva fatto Roth, una dimensione universale, facendo risaltare la sua umanità e rendendo il personaggio di Andreas non solo un'allegoria di redenzione, ma anche un simbolo di una generazione in cerca di senso. Le scene essenziali di Andrée Ruth Shammah e la scenografia al minimo sono lo sfondo perfetto per una narrazione stratificata come quella offerta dalla pièce.

Diversi piani di realtà convivono, presenti o presenti nel passato: all’inizio la voce esterna ed estranea, che traccia i contorni dell’evento, è quella di un uomo che seduto a un bar consuma i suoi Bourbon e legge da un quaderno la storia di un altro uomo, un clochard di Parigi. Lascia la descrizione di sé e della scena alle parole di una lettrice, una giovane donna che, senza troppi annunci, si assorbe privatamente all’interno della narrazione per risalire ogni tanto. 

Il vecchio riprende raccontare e arriva Andreas, ma è come se la narrazione rappresentasse una seduta psicoanalitica, rivelando la sfumatura del desiderio che elimina velatamente i confini tra le due figure. Andreas è il bevitore in scena, il bevitore in scena Andreas, ma i due piani di realtà non collassano tra loro, nonostante la presentazione dei documenti d’identità. Il personaggio-Andreas mantiene una propria indipendenza, quella di proiezione desiderante di chi, almeno nella morte, ricerca una santa redenzione per il proprio vizio quotidiano, che altrimenti, come è per il bevitore-Andreas, si annega tra quotidiane parole. 

Seppure il tema della redenzione appaia come il centro gravitazionale dello spettacolo, La leggenda del santo bevitore non si limita ad essere una semplice narrazione di salvezza, ma diventa un’analisi pungente della condizione umana, un affresco di solitudini e incontri fugaci che rimandano ad una dimensione più universale e senza tempo. Il sentimento che prevale è la continua rincorsa di un momento che non arriva mai, la consapevolezza di avere un appuntamento ma la difficoltà di mantenere l’impegno, l’impotenza.

La leggenda del santo bevitore si fa spazio in un momento in cui la dimensione interiore sembra essere sempre più zittita e messa da parte in favore di una esperienza superficiale dell’hic et nunc, facendoci lasciare la sala con il desiderio di leggere, o rileggere, il racconto di Joseph Roth per poterci guardare allo specchio e leggere nelle pagine nere delle storie degli altri qualcosa che parli di noi, sperando che per ciascuno la salvezza arrivi dall’alto, da una santa in una chiesa, come nel caso di Andreas, da uno sconosciuto in un bar che si fida di noi, ma anche dal basso affidandosi all’umanità, alla ricerca spirituale, all’alienazione.

Maura Vindigni

Teatro Franco Parenti
presenta
LA LEGGENDA DEL SANTO BEVITORE
di Joseph Roth
adattamento e regia Andrée Ruth Shammah
con Carlo Cecchi
e con Claudia Grassi e Giovanni Lucini
spazio scenico disegnato da Gianmaurizio Fercioni
con le suggestioni visive di Luca Scarzella e Vinicio Bordin
luci Marcello Jazzetti
costumi Barbara Petrecca

Testata Giornalistica
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