Sherlock Holmes - La valle della paura (recensione)

In scena l'investigatore deduttivo per eccellenza e dal successo incontrastato, almeno fino all'avvento del competitor con baffetti

Sherlock Holmes - La valle della paura
m&s - Il cast artistico di Sherlock Holmes - La valle della paura (foto © Diego Buonanno)

Dopo essersi rassegnato di fronte al successo di critica e di pubblico del suo ingombrante e saccente (caratteristica comune a molti altri) investigatore, Sir Arthur Conan Doyle completa il ciclo dei romanzi (quattro) che fanno parte del canone con La valle della paura, del 1915. Parzialmente ispirato a fatti di cronaca reale il testo originale si divide in due parti: la prima è appannaggio delle deduzioni investigative di Holmes (La tragedia di Birlstone), chiamato a venire a capo di un delitto; la seconda (La banda degli Scowrer) è dedicata alla spiegazione/antefatto di tutto quello che l'appassionato ha già letto nella prima; la storia si conclude con un brevissimo epilogo finale di poco meno di 2 pagine.

Nella scelta di questa trasposizione, Michele Montemagno, artefice dell'adattamento teatrale, ha scelto la strada della commistione scenica delle due parti (ingenerando una leggera confusione nello spettatore, almeno nelle prime scene), sovrapponendo così le vicende avvenute in Inghilterra con quelle - precedenti - negli Stati Uniti, alle prese, questi ultimi, con massoni deviati (ma guarda: anche allora) che si sono trasformati in una pericolosa associazione criminale, in grado di soggiogare la vita quotidiana della loro comunità. Assassini e ricattatori senza scrupoli,  in perfetto stile Hard Boiled, anche se questo ulteriore sottogenere letterario vedrà la luce alcuni anni dopo. In ogni caso gli Scowrer sono ben lontani dalla raffinata malvagità del Prof. Moriarty, il Napoleone del crimine (cit.), contro cui è abituato a misurarsi il celebre investigatore.

La scena si apre al 221b di Baker Street, con un messaggio in codice inviato a Sherlock Holmes (Paolo Romano) da un suo informatore, Porlock, pericolosamente infiltrato tra gli sgherri del suo acerrimo nemico. Nel messaggio che l'investigatore esamina assieme al Dottor Watson (Guido Targetti) compaiono solo due parole di senso compiuto: Douglas e Birlstone, tutto il resto numeri apparentemente senza senso e una sola lettera, la C. Non ci vuole molto per riuscire a decriptare il testo, anche se è tutto inutile, perché John Douglas (Mauro Santopietro) è già stato ucciso nella propria abitazione, Manor House, a Birlstone, dove viveva assieme alla moglie (Linda Manganelli), il personale di servizio, rappresentato in scena dal solo maggiordomo Ames (Andrea Ruggieri), e un socio in affari, l'ambiguo - per il ruolo rivestito all'interno della coppia - Cecil Barker (Francesco Maccarinelli).

Il cadavere di Douglas è stato straziato da un doppio colpo di un'arma inusuale per l'Inghilterra, un fucile dalle canne mozzate. Il volto è totalmente sfigurato e CSI non apparirà se non un secolo dopo. A Holmes e Watson, nel frattempo si è anche aggiunto (con licenza dall'originale personaggio l'ispettore Alec MacDonald) anche il solito Lestrade (Enrico Ottaviano), non rimane che recarsi sul posto per dipanare tutti i punti interrogativi del delitto, tenendo presenti solo due indizi: al cadavere è stata tolta la fede nuziale ed è stato rinvenuto un altrettanto criptico cartoncino con due sole lettere, V.V., e un numero, 341. Per saperne di più (almeno da noi) non vi rimane che la lettura del romanzo o la visione teatrale o fare entrambe le cose, che non guastano mai.

Le due parti rispettano dovunque possibile le battute del romanzo originale, mentre la regia di Anna Masullo strizza volutamente l'occhio alla versione total action messa in cinema da Guy Ritchie, con l'Iron Man marveliano trasformato in uno Sherlock Holmes fumettoso (e miliardario nei botteghini di tutto il mondo): sono scelte che vanno rispettate, anche se non condivise da chi (come noi) preferisce il bianco e nero di Basil Rathbone. Medesima percezione per il ritmato innesto visivo che gioca con le armi (anche quelle semi-automatiche) e che - in questo caso - ci ha richiamato James Bond. Sicuramente il pubblico più giovane è in grado di apprezzare e appassionarsi a questo genere di operazione teatrale, anche se così facendo l'atmosfera post vittoriana si attenua fino a quasi scomparire, ma dopo aver assistito al cambiamento di sesso di Watson e il trasferimento a New York di Holmes, tutto il resto è sicuramente possibile.

Ubik Produzioni e Teatro stabile del Giallo
presentano
SHERLOCK HOLMES - LA VALLE DELLA PAURA
di Sir Arthur Conan Doyle
adattamento teatrale Michele Montemagno
regia Anna Masullo

con
Paolo Romano (Sherlock Holmes)
Guido Targetti (John Watson)
Linda Manganelli (signora Douglas)
Mauro Santopietro (John Douglas)
Enrico Ottaviano (Lestrade)
Marco Blanchi (Mc Ginty)
Francesco Maccarinelli (Cecil Barker)
Andrea Ruggieri (Ames, maggiordomo di casa Douglas)

scene Fabiana Di Marco
musiche Alessandro Molinari
costumi Valentina Bazzucchi
disegno Luci Marco Catalucci
coreografie Giovanna Gallorini
capo costruzioni Diego Caccavallo
macchinista Salvatore Salerno
aiuto regia Vito Molinari
aiuto scenografo Daniel Falappa
sartoria Lab Costume
foto e locandina Diego Buonanno
ufficio stampa Alessia Ecora

in scena fino a domenica 3 marzo 2024
venerdi e sabato ore 21.00 - domenica ore 17.30

TEATRO CIAK
Via Cassia, 692 - 00189 Roma
www.teatrociakroma.it
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info e prenotazioni 06.33249268

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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